TEMPO DI LETTURA 8 MIN.

Teoria tattica: la diagonalità

Quando si parla di modello di gioco, di costruzione dal basso o di principi offensivi, il vocabolario del calcio italiano si muove quasi sempre lungo due assi: il gioco verticale, quello che “punta la porta”, e il gioco orizzontale, quello che “muove la palla per muovere l’avversario”. Sono le categorie con cui commentiamo le partite, con cui giudichiamo un regista, con cui progettiamo un’esercitazione. Eppure tra questi due assi esiste una terza dimensione che la cultura tattica tedesca, spagnola e anglosassone ha messo al centro del discorso da anni, mentre in Italia resta largamente non teorizzata: la diagonalità.

Non è un dettaglio estetico né una variante minore del passaggio in verticale. È, come hanno sostenuto analisti e allenatori che se ne sono occupati in profondità – dal collettivo tedesco di Spielverlagerung ad Alex Belinger e Dario Pergolizzi su L’Ultimo Uomo – un principio di primo livello, capace di spiegare da solo perché certe squadre riescono a “bucare” blocchi difensivi organizzati e altre restano incastrate nella circolazione periferica del pallone. In questo articolo proviamo a mettere insieme tutti i pezzi del discorso sulla diagonalità: la geometria, la percezione, l’allenamento, la storia tattica e persino i suoi limiti.


1. Un problema di geometria: quante direzioni ha davvero un giocatore?

Partiamo da un dato elementare, quasi banale, ma che cambia prospettiva se lo si prende sul serio. Un giocatore che riceve palla in una zona centrale del campo ha a disposizione, in teoria, otto direzioni di gioco: avanti, indietro, i due lati, e le quattro diagonali che si aprono negli spazi intermedi. Un giocatore che riceve sulla linea laterale, invece, ne ha solo cinque: avanti, indietro, dentro, il retropassaggio lungo la fascia, e due diagonali.

Le 8 direzioni di gioco di un giocatore che riceve in posizione centrale
Le 5 direzioni di gioco di un giocatore che riceve in posizione laterale

Questa differenza non è un vezzo da geometra: è la ragione per cui il centro del campo, i mezzi spazi e le zone diagonali rispetto alla porta sono strutturalmente zone più ricche di soluzioni rispetto al corridoio laterale. Ogni volta che un allenatore chiede alla squadra di “portare la palla dentro” o di occupare gli half spaces, sta implicitamente chiedendo di aumentare il numero di direzioni diagonali disponibili per i propri giocatori. La diagonalità, in questo senso, prima di essere una scelta tecnica è una conseguenza della forma del campo e della posizione del corpo rispetto alla porta.

2. Il meglio (presunto) di due mondi: perché la diagonale non è un compromesso qualsiasi

Il ragionamento più citato per introdurre il concetto – lo si trova sia nel pezzo storico del dizionario tattico di Ultimo Uomo – è semplice: il passaggio verticale garantisce progressione ma espone chi riceve, costretto a girarsi con la porta di casa alle spalle; il passaggio orizzontale è più sicuro ma non avvicina alla porta avversaria. Il passaggio diagonale prova a unire i due vantaggi, riducendo al contempo alcuni degli svantaggi tipici di entrambi.

Bisogna però essere onesti fino in fondo, come suggeriscono alcuni analisti tedeschi: questi vantaggi sono “presunti”, non automatici. Un passaggio orizzontale, in certe situazioni, apre più campo di uno verticale corto sulla fascia. Un passaggio verticale, se il ricevente perde palla, lascia comunque la squadra nella condizione più favorevole per riconquistarla in transizione, perché si difende già rivolti verso l’avanti. La diagonalità non è quindi un principio che vale sempre e comunque: è uno strumento che, nelle giuste condizioni, tende a massimizzare progressione e controllo insieme.

3. L’angolo di ricezione cambia tutto

Il vantaggio più concreto riguarda l’orientamento del corpo. Chi riceve un passaggio verticale, salvo che non sia un pallone in profondità, tende a ricevere con la schiena o il fianco rivolto verso la porta avversaria: deve girarsi, oppure scaricare all’indietro. Chi riceve un passaggio diagonale, invece, ha già una visione più ampia del campo, ruota di meno e più velocemente, e può decidere di proseguire in avanti con più informazioni a disposizione. È lo stesso principio per cui un centrale come Santiago Gentiletti – lo cita l’Ultimo Uomo come esempio di lettura del mezzo spazio – preferisce sempre un passaggio diagonale verso l’interno piuttosto che l’appoggio semplice sulla fascia: non solo perché avvicina alla porta, ma perché porta la squadra in una zona con più connessioni possibili verso il resto del campo.

C’è poi un secondo aspetto, meno discusso ma altrettanto rilevante: la diagonale, rispetto al passaggio verticale in corridoio centrale, sposta anche orizzontalmente il pallone. Questo costringe la difesa avversaria a un doppio riposizionamento – verticale e laterale insieme – aumentando il dispendio energetico e i tempi di reazione richiesti per riorganizzarsi. Un passaggio verticale, al contrario, tiene il gioco nello stesso corridoio: una zona che, essendo più centrale, è quasi sempre anche più affollata e più sorvegliata dagli avversari.

4. La percezione del difensore: perchè una palla diagonale “mette più dubbi

Qui entriamo nel cuore scientifico del discorso. Immaginiamo di essere un difensore. Un passaggio orizzontale resta nel nostro campo visivo frontale: occhi e corpo si muovono in sincronia con la palla, senza sforzo cognitivo aggiuntivo. Un passaggio verticale viene naturalmente incontro a noi, e nella maggior parte dei casi la risposta corretta – accorciare, aggredire – è anche quella più intuitiva.

Un passaggio diagonale, invece, richiede una rotazione del corpo e obbliga a raccogliere informazioni da una zona periferica del campo visivo che fino a un istante prima non era monitorata attivamente. Il difensore deve decidere se seguire la traiettoria, se accorciare in orizzontale o se addirittura arretrare per gestire una possibile ricezione alle proprie spalle – e spesso deve farlo prima di avere tutte le informazioni necessarie. È proprio per questo motivo che la capacità di “guardarsi intorno” prima di ricevere (lo scanning) e la comunicazione tra compagni diventano determinanti nelle squadre che allenano sistematicamente la diagonalità: chi difende ha bisogno di anticipare quello che la sola vista periferica non gli garantisce in tempo.

Lo stesso principio, specularmente, avvantaggia chi attacca. Un giocatore che riceve diagonalmente ha già la palla e la direzione preferita di prosecuzione nello stesso campo visivo: il corpo è quasi sempre già orientato per proseguire, senza dover completare una rotazione completa su se stesso come accadrebbe ricevendo verticalmente in mezzo al campo.

5. La diagonalità nel dribbling: cambiare corridoio per creare ambiguità

Tutto quello che vale per il passaggio vale, con alcuni adattamenti, anche per la conduzione palla. Un dribbling verticale può far guadagnare molto campo, ma è un’azione individualmente complessa da eseguire con continuità. Un dribbling orizzontale è più semplice da realizzare a livello individuale, anche se più difficile da coordinare con i movimenti dei compagni, e ha il pregio di spostare il pallone verso zone dove si aprono spazi tra le linee.

Il dribbling diagonale, ricordava già l’Ultimo Uomo prendendo a esempio le sgroppate di Bruno Peres, combina i vantaggi di entrambi: cambia corridoio di gioco e crea ambiguità su quale difensore debba uscire a contrastare. Se esce il difensore più vicino, spesso arriva tardi e viene superato con facilità; se esce quello più lontano per anticipare la traiettoria, apre una linea di passaggio che prima non esisteva. Il vantaggio si amplifica ulteriormente quando il dribbling diagonale parte in contromovimento rispetto allo spostamento della difesa, ad esempio quando un esterno riceve dal lato opposto del campo: la linea difensiva, ancora impegnata a riposizionarsi verso il nuovo lato del pallone, fatica doppiamente a leggere un’accelerazione che va nella direzione opposta al proprio movimento.

La scuola tedesca propone una classificazione utile per gli allenatori che vogliono lavorare in modo sistematico su questo aspetto, distinguendo quattro situazioni di partenza nel dribbling: avversario frontale davanti, avversario frontale alle spalle, avversario laterale (verso la linea di fondo) e avversario già posizionato diagonalmente. In ciascuna di queste situazioni, l’obiettivo tattico del dribblatore resta lo stesso: creare o sfruttare un angolo diagonale superiore rispetto a quello del difensore, che sia tramite il cambio di appoggio, l’accelerazione improvvisa o l’uso ingannevole del corpo.

6. Gli half-spaces: il punto d’incontro perfetto tra visione e minaccia

Se c’è una zona del campo in cui la diagonalità raggiunge la sua massima efficacia, è il mezzo spazio (half space): quella fascia verticale di campo compresa tra il corridoio centrale e quello laterale, già ampiamente teorizzata a partire dagli studi tedeschi sul gioco posizionale.

La ragione è squisitamente percettiva. Un giocatore posizionato centralmente, davanti alla porta, ha un campo visivo “dritto”, a cono, verso l’obiettivo. Un giocatore nel mezzo spazio, invece, ha un campo visivo naturalmente inclinato, diagonale, verso la porta: mantiene aperte tutte le opzioni tipiche del gioco centrale senza dover girare le spalle al resto del campo per giocare verso il lato, come capiterebbe invece a un esterno puro. Per i giocatori di piede invertito – il classico “mancino a destra” – il vantaggio è ancora più marcato: l’azione più impegnativa dal punto di vista tecnico (la conduzione, l’assist, il tiro) cade sul piede preferito, mentre i controlli più semplici restano sul piede debole.

C’è poi un aspetto legato alla visione periferica e alla visione foveale (quella ad alta definizione, concentrata in pochi gradi del campo visivo) che vale la pena spiegare in modo semplice: nel mezzo spazio, l’occhio del giocatore può restare fissato sulla porta o sulla zona più pericolosa mentre la visione periferica monitora il resto, senza sprecare “risorse visive” sulla fascia laterale, che è quasi sempre la parte meno rilevante del campo in quel momento. Il risultato pratico è che dal mezzo spazio si vede, letteralmente, più campo utile con meno movimenti del collo e degli occhi – e ogni movimento risparmiato è un frazione di secondo in più di vantaggio decisionale.

Non è un caso che i più importanti registi offensivi dell’ultimo decennio – basti pensare a certi trequartisti moderni che agiscono a destra o sinistra del centrocampo avversario invece che sulla linea laterale – abbiano fatto del mezzo spazio la loro casa naturale.

7. Diagonalità nel movimento senza palla

C’è un terzo modo, oltre al passaggio e al dribbling, per progredire diagonalmente: il movimento senza palla. Un taglio diagonale alle spalle della difesa, se cronometrato bene, può risultare persino più efficace di un dribbling, perché non richiede un contrasto diretto con l’avversario e non è rallentato dal controllo del pallone.

Anche in questo caso il principio difensivo di riferimento è lo stesso descritto per passaggi e dribbling: un movimento laterale è semplice da seguire, un movimento verticale che viene incontro al difensore è altrettanto leggibile, ma un movimento diagonale pone contemporaneamente due domande – il difensore deve capire se accompagnare il giocatore verso l’interno (lasciando scoperta la fascia) o passarlo a un compagno, con il rischio di un fraintendimento nella comunicazione difensiva. Ricerche di biomeccanica sul cambio di direzione indicano inoltre che gli angoli di corsa più obliqui, affrontati ad alta velocità, impongono al difensore una sequenza di spostamento laterale seguito da inversione che gli fa perdere tempo prezioso rispetto a un inseguimento in linea retta: un dettaglio che aiuta a spiegare perché i corridori diagonali sembrino sistematicamente “arrivare prima” di quanto un difensore si aspetti.

8. Anche la difesa può essere diagonale

Fin qui abbiamo parlato di diagonalità offensiva, ma il concetto ha un rovescio della medaglia altrettanto interessante. Anche un difensore trae vantaggio da una posizione diagonale, a patto che sia orientata dal centro verso l’esterno e non viceversa: in quel modo il portatore di palla avversario non può essere superato con un primo tocco verso l’interno, e l’unica direzione che gli viene concessa è quella laterale o verso la propria porta, entrambe meno pericolose.

È un principio che spiega, tra le altre cose, perché i sistemi a marcatura a zona puntino a scivolare collettivamente verso il lato del pallone e a creare superiorità numerica lì e nella zona centrale, mentre i sistemi a marcatura individuale insistano nel mantenere sempre una posizione alle spalle dell’avversario diretto, per costringerlo verso l’esterno o all’indietro piuttosto che permettergli la diagonale più pericolosa verso il centro.

9. Una storia tattica fatta di angoli: dal Brasile del ’58 a Guardiola, da Tuchel a Inzaghi

La diagonalità non è un’invenzione recente. Si può rintracciare, con le dovute proporzioni, già nel calcio sudamericano della prima metà del Novecento: la scuola argentina della cosiddetta “La Nuestra”, che affondava le radici nel Racing Club campione tra il 1917 e il 1919 e che sarebbe stata poi popolarizzata dal River Plate degli anni Quaranta, insisteva su un gioco fatto di triangolazioni, scambi rapidi e un disegno diagonale dei movimenti offensivi. In Brasile, il celebre 4-2-4 della Nazionale campione del mondo nel 1958 nacque, secondo alcune ricostruzioni storiche, come evoluzione diagonale del modulo WM ungherese – una sorta di “inclinazione” progressiva della disposizione in campo.

Nel calcio più recente, il riferimento più citato resta il Barcellona di Guardiola tra il 2008 e il 2012. Il possesso di quella squadra non era solo una questione di triangoli e uomo libero: era fatto di micro-angoli diagonali continui, di tocchi che aprivano linee di passaggio appena richiuse un istante prima, di un’associazione centrale – Xavi, Iniesta, Busquets, Messi – capace di restare dentro il blocco avversario invece di essere costretta ad aggirarlo. Non a caso, quel Barcellona veniva descritto come capace di “rompere” diagonalmente verso l’esterno per poi rientrare subito diagonalmente verso il centro, in combinazioni che passavano dal mezzo spazio al centro e di nuovo al mezzo spazio opposto.

Thomas Tuchel, ai tempi del Mainz, ha reso esplicito il principio con un aneddoto diventato quasi leggendario nella cultura tattica tedesca: durante alcune sedute di allenamento faceva tagliare gli angoli del campo, in modo che gli esterni non potessero più andare sul fondo in linea retta ma fossero implicitamente costretti a convergere verso l’area. Lo stesso Tuchel, riferendosi alla propria idea di calcio, ha spiegato di aver sempre cercato di evitare il gioco verticale e rasoterra sulla fascia, ritenuto semplice da applicare ma poco redditizio, per costruire invece sistematicamente in diagonale fino all’ultimo terzo di campo. È un aneddoto interessante anche dal punto di vista metodologico, perché suggerisce un principio caro all’apprendimento motorio: indurre un comportamento attraverso un vincolo implicito nell’esercizio funziona spesso meglio che chiederlo esplicitamente a voce.

Altri allenatori hanno cercato la diagonalità con accenti diversi: Antonio Conte, ad esempio, l’ha spesso codificata in automatismi precisi, come i palloni “a memoria” giocati dagli esterni verso la punta che viene incontro. Roberto De Zerbi la insegue in modo più indiretto, attirando il pressing avversario con costruzioni dal basso molto elaborate per poi giocare “dentro” la pressione e avanzare alle sue spalle. L’Inter di Simone Inzaghi, secondo alcune letture recenti, ha costruito gran parte della propria capacità di arrivare in finale di Champions League proprio su connessioni diagonali tra centrocampista, quinto e centravanti, con rotazioni che nascono come conseguenza del movimento diagonale e non come obiettivo a sé stante.

10. Diagonalità posizionale e diagonalità relazionale: due modi diversi di intendere lo stesso principio

Un contributo particolarmente utile per non banalizzare il concetto arriva da una riflessione più recente pubblicata su L’Ultimo Uomo, che distingue due modi molto diversi di cercare la diagonalità in fase di possesso.

Nella prima concezione – quella più vicina al gioco di posizione classico – la diagonalità è essenzialmente uno strumento geometrico: serve a passare da un corridoio verticale all’altro sfruttando l’orientamento del corpo del ricevente, secondo un’organizzazione razionale dello spazio che privilegia lo scaglionamento delle posizioni e la ricerca dell’uomo libero. È la diagonalità di Tuchel che chiede di entrare nel blocco, di Conte che codifica la giocata sulla punta, di De Zerbi che attira il pressing per liberare lo spazio alle spalle.

Nella seconda concezione – quella più vicina al cosiddetto calcio relazionale o funzionale – la diagonalità nasce invece dall’associazione tra compagni orientata al pallone più che all’occupazione razionale degli spazi. I giocatori si dispongono lungo linee diagonali immaginarie non per rispettare uno scaglionamento posizionale, ma per rendere possibile un’interazione diretta e continua attorno a chi ha il pallone, accettando anche l’inferiorità numerica locale pur di privilegiare la combinazione rapida, l’uno-due, il velo, l’appoggio non convenzionale.

La differenza non è di poco conto per chi allena: nella prima impostazione, l’allenatore lavora soprattutto sull’occupazione razionale del campo e sulla ricerca dello spazio libero; nella seconda, lavora sulla capacità dei giocatori di percepire e sfruttare la giocata anche quando lo spazio “teorico” non sembra così evidente, accettando un margine di rischio più alto in cambio di maggiore imprevedibilità e creatività condivisa.

11. Diagonalità: rivoluzione o concetto sopravvalutato?

Sarebbe disonesto, in un articolo che vuole essere completo, non riportare anche le voci più critiche nei confronti dell’entusiasmo crescente attorno alla diagonalità. Alcuni osservatori hanno fatto notare che, osservando partite reali, l’effetto di “stress multi-assiale” sulla difesa attribuito al gioco diagonale rischia talvolta di essere sopravvalutato rispetto alla teoria, e che la diagonalità da sola non spiega il successo o l’insuccesso di una squadra se non è supportata da qualità individuale, tempi di esecuzione e contesto tattico specifico.

È un avvertimento sano: la diagonalità non è una formula magica che sostituisce il resto del discorso tattico, ma un principio che si aggiunge – e in certi casi si sovrappone – ai concetti già consolidati di gioco posizionale, superiorità numerica e occupazione degli spazi. Il rischio, per un allenatore, è quello di trasformare un principio utile in uno slogan, chiedendo “gioca in diagonale” senza creare le condizioni di gioco (spazio, tempo, qualità del primo controllo) che rendono quella scelta davvero conveniente.

12. Implicazioni per l’allenamento: insegnare la diagonalità senza dirla

Ed è qui che arriviamo al punto più utile per chi lavora ogni giorno sul campo, soprattutto nei settori giovanili. Come si allena, concretamente, un principio come questo?

La prima risposta, coerente con l’approccio ecologico-dinamico che negli ultimi anni sta guadagnando terreno anche nella metodologia italiana, è che la diagonalità si insegna meglio attraverso vincoli impliciti che attraverso istruzioni verbali esplicite. L’aneddoto di Tuchel sugli angoli del campo tagliati è, in questo senso, un piccolo manuale di metodologia: invece di dire ai propri esterni “cerca il passaggio diagonale”, l’allenatore modifica lo spazio di gioco in modo che la diagonale diventi la soluzione più naturale e conveniente da trovare. È un principio di apprendimento motorio ben noto: l’essere umano impara meglio dentro contesti reali, in cui i vincoli dell’esercizio suggeriscono da soli le possibilità d’azione, piuttosto che tramite istruzioni tecniche isolate da eseguire a comando.

Un metodo di lavoro coerente con questa filosofia, ripreso anche da alcuni analisti italiani che si occupano di allenamento della complessità, propone una progressione diversa da quella tradizionale. Invece di partire dalla tecnica isolata (il passaggio diagonale ripetuto in un esercizio analitico, senza avversari né direzione di gioco) per poi trasferirla in un contesto globale, si può ribaltare l’ordine: si parte da un’esercitazione già complessa, si osservano le risposte spontanee dei giocatori ai vincoli imposti dallo spazio e dalle regole del gioco, si valuta se la diagonalità emerge naturalmente come soluzione funzionale al problema posto, e solo alla fine, se necessario, si interviene con un lavoro più mirato sulla tecnica specifica di esecuzione – la postura del corpo in ricezione, l’orientamento dei piedi, l’apertura del busto – togliendo il meno possibile alla complessità della situazione di partenza.

Alcune indicazioni pratiche, sintetizzando i principi emersi finora, per chi vuole costruire esercitazioni orientate alla diagonalità:

  • Modificare lo spazio prima di modificare la regola. Campi romboidali, angoli tagliati, porte piccole posizionate in diagonale rispetto alla direzione di gioco: sono tutti modi per rendere la diagonale la via di minor resistenza, senza doverla imporre verbalmente.
  • Lavorare sui mezzi spazi come zone di ricezione privilegiate, con esercitazioni a tema che premiano (in punteggio o in libertà di gioco) le ricezioni orientate diagonalmente verso la porta rispetto a quelle frontali o laterali.
  • Curare lo scanning prima del possesso, perché la diagonalità richiede una lettura anticipata dello spazio alle spalle della pressione: senza un buon orientamento visivo pre-ricezione, il vantaggio percettivo della diagonale si perde.
  • Alternare situazioni di superiorità e inferiorità numerica locale, per abituare i giocatori a cercare la combinazione diagonale anche quando lo spazio “teorico” non è del tutto disponibile, sviluppando quella componente più associativa e meno puramente geometrica del concetto.
  • Allenare anche la diagonalità difensiva, insegnando ai difendenti a mantenere posizioni orientate dal centro verso l’esterno, così da chiudere la diagonale più pericolosa e concedere solo la giocata meno dannosa.

13. Conclusioni

La diagonalità non è un vezzo lessicale importato dalla tattica tedesca o un argomento buono solo per gli addetti ai lavori più fissati con la geometria del campo. È un principio che attraversa passaggio, dribbling, movimento senza palla e persino la fase difensiva, e che spiega – meglio di molte altre categorie più abusate nel linguaggio calcistico italiano – perché certe squadre riescono a rendere inefficaci i blocchi difensivi avversari e altre restano intrappolate nella circolazione sterile del pallone.

Per chi allena, soprattutto nei settori giovanili, la vera domanda non è se la diagonalità vada insegnata, ma come: probabilmente non a parole, non con un cono messo a caso in mezzo al campo, ma attraverso esercitazioni che rendano quella scelta la più naturale, la più conveniente e la più divertente da trovare. Ed è forse proprio questo il motivo per cui, in un calcio italiano ancora poco abituato a ragionare per angoli, la diagonalità resta un terreno enormemente fertile su cui lavorare.