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“La mia idea di calcio fluido”. Intervista a Giovanni Costantino

Affacciata sul golfo di Finlandia, circa 50 km a est di Helsinki, si trova Porvoo, cittadina medievale fra le più antiche dello stato. E’ qui che, partendo da quasi 4000 km di distanza, precisamente da Messina, è iniziata la carriera da allenatore di Giovanni Costantino.

“Mi ha cambiato la vita una mail. O meglio, un sacco di mail che in quel periodo, era il 2013, mandavo ovunque in Europa con la speranza che la mia professionalità potesse essere d’aiuto a qualche club. Mi risposero dalla Finlandia, proponendomi un contatto con il presidente di un club. Andai a Porvoo e ciò che riuscì ad ottenere fu la proposta di partecipare ad un camp estivo del club con la possibilità eventuale di entrare poi in pianta stabile nel club. Andai a mie spese, ma alla fine riuscii ad ottenere un posto come allenatore. Inizialmente mi occupai della cura della parte tecnica di tutte le leve, poi della guida della Prima Squadra femminile ed in seguito di quella maschile.”

“Sicuramente un’esperienza del genere mi aiuta a trasmettere la gioia e l’amore per questo sport. Il problema è che il mondo del calcio spesso si basa più sul nome che non sulle esperienze di vita. Avere una storia come la mia da un lato è sicuramente positivo, ma dall’altra è uno svantaggio perchè molto spesso si preferisce di più il nome.”

All’estero la mentalità è differente in questo senso?

In alcuni posti in cui sono stato si, in altri no. Sicuramente più si alza il livello del campionato nazionale e più interessi ci sono e più di conseguenza diventa difficile che sia sufficiente la sola preparazione, perchè da sola non ti basta per ottenere anche solo un colloquio. A me ha colpito moltissimo il fatto che in tante società con le quali ho avuto colloqui di lavori nessun direttore mi abbia mai interpellato in profondità sul mio modo di lavorare.

Nella tua carriera hai ricoperto moltissimi ruoli. Hai lavorato nei settori giovanili, sei stato nel femminile e hai fatto il vice sia nei club che in una selezione nazionale. Ora invece ricopri il ruolo di allenatore. Ritieni che un percorso a step crescenti sia più utile nella formazione di un allenatore?

Per me è stato molto utile. Il periodo nelle giovanili è stato per me il periodo più formativo da un punto di vista tecnico.

La risposta dei ragazzi è più veloci di quella degli adulti, dove i giocatori sono molto spesso fatti e finiti. Con loro puoi davvero incidere molto nella loro formazione e nel loro miglioramento, ma soprattutto hai una grande responsabilità, che è quella di farli crescere.

Per me è stato un periodo di vero e proprio laboratorio, in cui ho sperimentato molte cose a livello tattico. Nel femminile ho invece imparato una dinamica gestionale dello spogliatoio differente. Il ruolo di assistente invece è stato per me utile per scoprire il mondo degli adulti e capire cosa, di ciò che avevo fatto fino in quel momento, poteva risultare utile anche con loro.

Con gli adulti hai dovuto abbandonare l’approccio formativo tipico degli allenatori del settore giovanile?

Dipende sempre dal giocatore con cui si ha a che fare. Alcuni sono molto disposti nell’apprendere concetti nuovi, altri no. 

Ricordo che la prima cosa che mi ha stupito lavorando con gli adulti è stata lo scoprire che non tutti i giocatori sono mossi dall’amore per questo sport, come invece ero io allora e sono tutt’ora. Molti di loro hanno motivazioni più esterne che non interne. 

Nella tua tesi per il master Uefa Pro hai scritto una tesi sulla fluidità. Come descriveresti il concetto di fluidità applicato al calcio?

Per me essere fluidi significa non essere fossilizzati con un sistema di gioco particolare, piuttosto che su uno specifico modo di attaccare. Ogni partita è diversa e così anche la sua preparazione. A me è capitato di alternare all’interno della medesima stagione sistemi di gioco anche diametralmente opposti come il 4-3-1-2 e il 3-4-3, in cui cambia lo sviluppo offensivo, il modo di costruire e quello di difendere. Ecco, essere fluidi per me significa questo. Saper modificare la propria struttura in funzione delle richieste del gioco, modificando le posizioni all’interno del campo, ma mantenendo intatte le funzioni individuali in relazione al nostro modello di gioco.

Hai parlato di modello di gioco. Descrivimi il tuo modello di gioco ideale, l’idea del tipo di calcio che ti piace proporre.

Mi piace un calcio organizzato, d’attacco, con una struttura offensiva che abbia distanze relazionali fra i giocatori tali per cui sia possibile avere diverse soluzioni di passaggio per il possessore ed essere pronti per un’eventuale transizione negativa immediata. Questo è ciò che cerco di portare, l’idea generale del calcio che vorrei. In Ungheria all’MTK eravamo la squadra che statisticamente utilizzava maggiormente la costruzione dal basso, oltre ad essere la terza del campionato per numero di passaggi dietro a Ferencvaros e Videoton. Noi però eravamo quella con la distanza di trasmissioni più corta. 

Per me al centro di tutto c’è sempre la palla e nella progressione didattica alla base dei miei allenamenti voglio che i miei giocatori si sentano coinvolti in quello che facciamo e nel motivo per cui lo facciamo. Per un allenatore è fondamentale però contestualizzare le proprie idee in funzione dell’ambiente in cui si trova. Quello che sto facendo oggi all’U Craiova è molto differente da quanto facevo a Cipro, per esempio, perchè erano differenti le caratteristiche della squadra. Qui in Romania il nostro gioco è molto incentrato sul palleggio, a Cipro la mia squadra era molto più verticale.

Partendo dal presupposto da te citato dell’esigenza da parte dell’allenatore di adattare la propria proposta alle caratteristiche dei giocatori, può essere che però un allenatore possa trovare difficoltà nello trasmettere concetti e principi di stili di gioco di fatto molto diversi fra loro? Tu hai avuto queste difficoltà di adattamento da un punto di vista tecnico e tattico?

No, non credo di averne avute. Ti ripeto, per me capire il materiale tecnico che si ha a disposizione e adattare la propria metodologia di lavoro in funzione di questo è parte del lavoro dell’allenatore. Per me si tratta solo di orientare il lavoro e la programmazione quotidiana in funzione della direzione che si vuole prendere. 

Ha senso quindi per me differire l’idea di gioco dell’allenatore, intesa come “ideale” di calcio proposto, identità della squadra e modello di gioco?

Il presupposto fondamentale è che l’allenatore deve trasmettere ciò in cui realmente crede. 

 

Ovviamente ogni allenatore ha un'idea del calcio che vorrebbe che le sue squadre giocassero, ma non dovrebbe prevalere sull'idea che hanno del calcio più funzionale in base ai giocatori che ha a disposizione.

Il modello di gioco dopotutto altro non è che il risultato della fusione fra le idee dell’allenatore e l’identità della squadra, intesa come caratteristiche.

Il 70% delle proposte didattiche che ho portato in Romania oggi, sono uguali a quelle che svolgevo a Cipro, per esempio. Il 30% è invece adattato al contesto e specificatamente al modello di gioco. Qui al Craiova molto spesso svolgiamo esercitazioni che a Cipro non avrei potuto proporre perchè non funzionali: esercitazioni di possesso palla nello stretto, interscambi posizionali…

Le tue squadre hanno spesso mostrato un calcio gradevole, proattivo, fluido nella manovra. Penso all’ MTK, all’U Craiova oggi, ma anche alla tua recente esperienza con il Casarano, conclusa con un esonero ma in cui la tua squadra ha subito due sole sconfitte in 22 partite. Cosa significa per te giocare bene?

Giocare in maniera organizzata. Giocare bene è una diretta conseguenza di quando tutti i giocatori in campo sanno cosa devono fare e quando in ogni fase di gioco.

Per me si può fare un calcio in cui si gioca bene senza avere la palla, padroneggiando la fase di non possesso.

Il calcio che prediligo e in cui mi identifico è però un calcio di palleggio, di intensità, con distanze fra giocatori brevi ma in cui vengano rispettate sia l’ampiezza che la profondità.

Ultimamente si sta sempre più parlando della direzione futura del calcio che starebbe abbandonando la via del gioco posizionale per quella del gioco relazionale. Nella tua idea di espressione calcistica, dove si pongono le tue squadre?

Nel mezzo. In questo momento il gioco della mia squadra è forse più tendente al posizionale che non al relazionale per via delle caratteristiche dei giocatori, ma ci sono momenti e situazioni del gioco per cui, per via dei principi generali collettivi, e dei sotto principi individuali alcuni giocatori si muovono in maniera molto più relazionale, senza vincoli posizionali predefiniti, ma con la libertà di muoversi in funzione della situazione e della loro interpretazione per offrire linee di passaggio.

Precedentemente hai accennato al fatto di poter comandare il gioco anche senza la palla. Che principi hanno le tue squadre in fase di non possesso?

A differenza di quanto facevo a Cipro, in cui la nostra fase difensiva era molto orientata sull’uomo, qui in Romania in non possesso pratichiamo una zona integrale. La preferisco alla fase difensiva a uomo nella zona perchè per me questa può creare confusione nell’interpretazione del singolo e, di conseguenza, in quella del reparto.

Siamo una squadra che si adatta molto in funzione dei nostri avversari, del loro sistema di gioco e delle loro caratteristiche quindi viene anche difficile identificare in noi costanti specifiche in non possesso. Tendenzialmente in prima pressione andiamo sempre alti o medio alti sull’uomo, ma una volta saltata la prima pressione voglio che la squadra si ricompatti velocemente sotto palla difendendo a zona.

Anche con palla fra le linee e superiorità numerica nella nostra metà campo chiedo ai nostri giocatori che abbiano più attenzione alla difesa della porta e della profondità, piuttosto che portino pressione sulla palla rompendo il reparto in avanti. Preferisco fare qualche metro indietro e accompagnare l’azione con tutta la squadra raccolta sotto palla piuttosto che perdere uomini per un’aggressione saltata.

Quando parli di modificare la fase di non possesso alla squadra che avete di fronte intendi adattare le uscite o cambiare aspetti più profondi della vostra fase difensiva?

Principalmente delle uscite e per far questo mi è servita moltissimo l’esperienza fatta con la nazionale, in cui in due o tre giorni devi preparare una partita. 

Credo nella qualità del lavoro e penso che se si trasmettono concetti semplici attraverso proposte funzionali il processo di apprendimento non sia così complesso come si possa credere.

Sei un allenatore piuttosto attivo sulle piattaforme social e recentemente in un tuo post hai parlato di quest’aspetto, dichiarando che far si che i giocatori credano in loro stessi ed in un’idea è un processo che richiede tempo ed energia.

Si, perchè è un processo che passa attraverso la cementificazione del gruppo, che arriva attraverso energie, tempo, mentalità, colloqui individuali, collettivi, credibilità. 

 

Quando sei subentrato che tipo di approccio hai avuto? 

Quando si subentra si ha la “fortuna” di poter richiedere quasi tutto ciò che si vuole. In quei momenti il cambiamento viene accettato più di altre situazioni, pertanto si ha la possibilità di poter “entrare in gamba tesa” con i propri concetti. 

L’allenatore deve però mantenere sempre la capacità di cui abbiamo parlato prima di saper comprendere e talvolta anche accettare le abitudini dei giocatori e dell’ambiente in cui opera. A Cipro per esempio i miei calciatori venivano da una cultura calcistica in cui il lavoro a secco era una parte molto importante dell’allenamento e ne ho mantenuto una parte. 

Talvolta ti è quindi capitato di proporre qualcosa in cui non credevi per il fine collettivo?

Non si tratta di proporre qualcosa in cui non credo. Io, al contrario, credo che si possa fare tutto. Si vince e si perde utilizzando ogni tipo di metodologia.

 

Per me è fondamentale conoscere e avere l'accettazione di tutto, perchè tutto può essere funzionale.

Soprattutto da subentrante. Quando inizia a lavorare dal primo giorno il discorso è diverso, perchè in quel caso sei tu che crei le abitudini. 

Quali sono i segnali che ti fanno capire, soprattutto da subentrante, che è meglio un tipo di proposta piuttosto che un’altra?

L’atteggiamento dei giocatori, il loro linguaggio del corpo, parlare molto con loro. Bisogna avere la capacità di ascoltare ed osservare.

Quale caratteristiche dovrebbe avere un buon allenatore? E in cosa ritieni che tu personalmente debba migliorare per essere un allenatore migliore?

Le caratteristiche del buon allenatore non le so e non penso che ce ne siano. Nel corso della storia hanno vinto allenatori con stili, approcci, metodologie e stili di comunicazione completamente differenti fra loro. Penso sia fondamentale avere anche la fortuna di trovare un gruppo che a livello empatico abbia delle caratteristiche che si sposino con quelle dell’allenatore. Credo semplicemente che un allenatore debba essere sè stesso. 

Per quanto riguarda me, credo che debba imparare ad essere più paziente e talvolta anche più furbo. Non so se si tratti di un pregio o di un difetto, ma mi ritengo una persona con poca malizia e talvolta questo è stato per me uno svantaggio.