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La relazione allenatore – giocatore

“Vivo al 100% per i ragazzi, con i ragazzi e per quello che dobbiamo fare per il club”
Jurgen Klopp

Difficilmente un’altra frase potrebbe racchiudere in sé una essenza maggiore di ciò che significa vivere il rapporto allenatore/giocatore nella sua massima espressione.

D’altra parte proprio il tecnico tedesco ha spesso dichiarato durante le sue interviste come “ http://bmpdesign.fr/?klebas=site-de-rencontre-gratuit-haute-marne&8cd=03 life is about relationships” sottolineando il suo ruolo di guida nei confronti dei giocatori e l’influenza che suo ruolo di allenatore proiettava sui giocatori stessi, senza però mai dimenticare che “ il calcio è un gioco, e bisogna giocarlo con libertà”.

Ed è proprio nel termine “guida” che a mio avviso è racchiusa l’essenza dell’allenatore, ruolo che, ormai da tempo, non si limita ad una sola responsabilità in termini tecnico-tattici, ma ha assunto un valore molto più ampio, tanto che quando parliamo del ruolo di mister dobbiamo considerare una serie di fattori che tengono conto di concetti differenti fra loro ma, senza ombra di dubbio, ognuna di esse parte integrante della funzione dell’allenatore stesso.

Rapporto allenatore / giocatore nel modello di gioco

Se pensiamo che per essere buoni istruttori sia sufficiente avere ottime conoscenze dal punto di vista tecnico-tattico siamo (ampiamente) sulla strada sbagliata.

Per capire quanto, ho scelto di prendere in esame alcune frasi di alcuni dei tecnici più importanti del panorama mondiale e dalle loro parole fare un’analisi per comprendere l’importanza del rapporto allenatore/giocatore.

“Ho ricevuto la telefonata (per guidare l'Hoffenheim) di domenica sera e il primo incontro con i giocatori è stato alle 10 del giorno successivo. Non avevo molto tempo per prepararmi, ma non pensavo a molte parole. Volevo solo trasmettere il mio messaggio, che doveva essere coraggioso e giocare per attaccare. (...) L'altro messaggio importante riguardava il modo in cui immagino il rapporto tra me come allenatore e i giocatori. Ho detto loro che possono essere loro stessi nonostante tutta la pressione dovuta alla nostra lotta contro la retrocessione e che siamo tutti allo stesso livello, con una differenza, ovvero che sono io quello che prende le decisioni alla fine. L'età non ha importanza, si tratta solo di avere una buona atmosfera e una relazione reciproca piena di rispetto. E tutti dovevamo avere lo stesso obiettivo. ”
Julian Nagelsmann

Quando parliamo di allenatore, parliamo di un ruolo di leadership e la leadership ha come obiettivo la gestione delle persone.

Personalmente, mi piace molto inquadrare l’allenatore come colui che, oltre ad avere la responsabilità dell’espressione della propria squadra in campo, è anche il gestore (e in qualche modo, anche qui, responsabile) delle emozioni e delle interazione fra i giocatori e fra i giocatori e lo staff nella sua interezza. Per questo trovo che la prima cosa fondamentale che un allenatore debba fare nel (lungo) processo di ottimizzazione della relazione sia quella di creare un ambiente in cui ci sia spazio per i propri giocatori di esprimersi in autonomia e per farlo è necessario che sia in grado di creare una sorta di “porta di accesso” con essi, ponendosi nel rapporto ad un livello paritario pur mantenendo il dovuto rispetto dei ruoli.

Per capire maggiormente l’importanza che l’aspetto psicologico e gestionale stanno sempre più ricoprendo nelle caratteristiche di un allenatore di successo, ci affidiamo ancora una volta all’analisi delle parole del giovane allenatore tedesco attualmente alla guida del RedBull Lipsia:

“Sono fermamente convinto che se vuoi essere un allenatore di successo, l'empatia e la cura della persona dietro il giocatore è di maggiore importanza rispetto a qualsiasi aspetto tattico. Se hai una conoscenza tattica limitata, puoi comunque essere un allenatore di successo. D'altra parte, se hai grandi qualità tattiche, ma non sei bravo con la gestione dell'uomo, non avrai mai successo. Metto grande enfasi nel dare ai miei giocatori un chiaro piano tattico per dare loro aiuto e supporto nelle situazioni di gara. Ma il rapporto che ho con loro è molto, molto importante per me.”
Julian Nagelsmann

Gestione allenamento

Passiamo a prendere in esame ora alcuni esempi pratici su come l’allenatore può essere in grado di ottimizzare il rapporto con i propri calciatori durante le sedute di allenamento.

Vale la pena ricordare, prima di tutto, che i modi e i momenti per farlo sono intorno a noi in ogni momento e sta alla sensibilità dell’allenatore stesso riuscire a coglierli e trovare i modi giusti per entrare in contatto con i suoi giocatori. Jurgen Klopp e Jose Mourinho, nel seguente video, ci fornisce un piccolo esempio di come anche l’entrata in campo prima di un allenamento o la fine dell’allenamento stesso siano un’occasione utile per avvicinarci ai nostri giocatori.

Facciamo però un piccolo passo indietro: è evidente che quelli utilizzato dai coach di Liverpool e Tottenham siano solamente un piccolo mezzo a disposizione del mister per consolidare o instaurare un rapporto, che come detto in precedenza, deve lasciare libertà di espressione al giocatore senza mettere in discussione il ruolo del leader e che per definirsi tale dovrà poggiare su una solidissima base che l’allenatore si deve conquistare: la fiducia.

Non c’è dubbio infatti che la più grande sfida di ogni tecnico è quella di essere una persona degna di fiducia, e per far si che i giocatori seguano la strada per loro tracciata è necessario che che credano nella loro guida.

Mi piace pensare all’allenatore come colui il quale deve essere in grado di creare un “triangolo di coerenza” fra cioè che è, ciò che dice e ciò che fa. Solamente in questo modo il giocatore sarà disposto a seguirlo, perché percepisce che quello che dice è la verità.

"Per creare una squadra di alto livello bisogna essere una persona degna di fiducia, stare al servizio dei giocatori, preoccuparsi a dialogare con loro, ispirarli per far si che decidano di fare quello che gli serve per trasformarsi nei giocatori e nella squadra che potrebbero essere"
Imanol Ibarrondo

  • Mödling Interventi nelle esercitazioni

Le esercitazioni sono, sulla carte, sempre tutte perfette ma al lato pratico non sempre i risultati rispettano le nostre aspettative in fase di preparazione.

Come mai succede questo? Cosa rende una esercitazione più o meno riuscita?

Le esercitazioni le rendono più o meno buone i giocatori stessi attraverso la loro interpretazione ma, figura determinante è quella dell’allenatore sia con la costruzione delle stesse tenendo conto di spazi, numeri e/o regole, sia con i suoi interventi durante lo svolgimento.

Senza però allontanarci troppo da quello che è il focus di questo articolo, in che modo possiamo incidere sul rapporto socio-affettivo con la squadra durante l’allenamento?

Provocare i giocatori, per esempio, sfidandoli al raggiungimento di un obiettivo o facendoli sfidare fra di loro, è un mezzo utile per mantenere alto il livello di attenzione durante lo svolgimento di una proposta esercitativa e, allo stesso tempo, contribuisce, se ben gestita, a creare la porta di accesso fondamentale per il miglioramento della relazione allenatore/giocatore.

Personalmente utilizzo spesso questo tipo di soluzione e non penso che ci sia un limite di età per utilizzarla, quello che diventa ovviamente fondamentale è che la capacità dell’allenatore di stuzzicare i propri giocatori nel limite del carattere di ognuno di essi. Deve cioè essere in grado di capire chi, quando e come può o deve essere provocato (sempre nell’accezione positiva del termine), così come talvolta dovrà essere in grado di creare le condizioni affinchè le sue provocazioni possano avere esito positivo o negativo sul giocatore stesso in funzione di una determinata situazione.

Nella mia esperienza, per esempio, ho utilizzato questo tipo di soluzione nei casi in cui avevo l’impressione che un mio giocatore fosse sfiduciato per via di qualche panchina consecutiva, sfidandolo durante l’esercitazione al raggiungimento di un determinato obiettivo e creando le condizioni affinchè riuscisse, senza ovviamente fargli percepire alcun tipo di aiuto o agevolazione da parte da parte mia. In questa maniera il ragazzo rafforzava la sua autostima e io, come allenatore, avevo modo di poterlo elogiare pubblicamente facendogli sentire la mia considerazione nei suoi confronti. 

Un altro mezzo a disposizione dell’allenatore è quello di partecipare attivamente alle esercitazioni programmate durante l’allenamento. Mi rendo conto che questo tipo di comportamento a dir la verità non è molto usuale da vedere, e che contiene qualche “controindicazione” , ma a mio modo di vedere, se gestito e misurato in maniera corretta, genera più risvolti positivi che negativi.

Sicuramente penso sia necessario sottolineare che non deve essere una soluzione di cui abusare, nel senso che se dovesse diventare consuetudine per l’allenatore partecipare ad una esercitazione o ad una partita, alla lunga potrebbe cedere quella parete invisibile del rispetto reciproco dei ruoli che reputo sia fondamentale mantenere, nonostante il rapporto più o meno aperto con i propri atleti.

Personalmente mi è capitato di utilizzare questo tipo di soluzione sia  in esperienze con squadre di bambini (U12) che con squadre di ragazzi più grandi (U17) e in ciascuna delle due situazioni ho riscontrato effetti positivi sia dal punto di vista dell’intensità e del livello di attenzione dell’esercitazione, sia perchè ho avuto modo e maniera di poter essere più incisivo ancora negli interventi correttivi. 

La scelta di quando includermi nell’esercitazione deriva da diversi fattori. Uno dei principali era, per esempio, l’individuazione di alcuni periodi della stagione di particolare stress emotivo (calendario particolarmente difficile o periodo di esami scolastici, per esempio) per cui fosse utile creare una situazione differente dall’usuale che potesse aiutare ad abbassare questo livello di esaurimento mentale e, includendomi nell’allenamento, ritenevo di avere maggiore capacità di intervento sullo stato emotivo della squadra. Bastava molto poco, un sorriso, una sfida, una battuta (perchè no, magari anche ricevuta dai ragazzi stessi), sempre, come detto, nel limiti del rispetto della persona e dei ruoli.

  • Imphal Gestione del contesto esterno

Difendere i propri ragazzi all’esterno, ma essere aperti alle critiche costruttive dentro le mura dello spogliatoio. Questo è sempre stato uno dei principi alla base della gestione di qualsiasi gruppo con la quale ho avuto a che fare. 

Pep Guardiola ha dato dimostrazione di empatia alla sua squadra, quando, durante un’amichevole estiva Bayern Monaco – Milan ha difesa il giovane Kimmich davanti a tutti dopo che il tedesco era stato vittima, durante la partita, di un brutto intervento di Nigel De Jong.

Non è però solo ciò che è direttamente relativo al campo che ci permette di creare con la squadra uno stato empatico che poi potremmo tradurre in vantaggio durante le partite. Esiste anche un contesto esterno che è bene considerare. Nel calcio giovanile, la scuola, la famiglia, le amicizie, il lavoro, tutti elementi che l’allenatore deve conoscere dei suoi ragazzi e a cui deve interessarsi per poter essere incisivo in maniera corretta  e con tempi adeguati nella sfera privata dei propri calciatori. Chiaramente non è sempre così semplice essere a conoscenza di tutto ciò che accade intorno ad ogni singolo componente della squadra, ma ci si può avvicinare, a mio avviso, se l’allenatore è in grado di guadagnarsi la fiducia dei propri giocatori, fiducia che permette loro di aprirsi e confidarsi. E ancora una volta, come vedete, non parliamo solo di calcio.