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Si può costruire un allenatore? La storia di Ejdin Djonlic

http://boisdebout53.org/?syleyman1=texte-drole-pour-site-de-rencontre&1ac=0b Allenare è come mettere insieme dei piccoli pezzi di un puzzle per poi dare una forma ed un senso a tutto”
Ejdin Djonlic

http://lantacapital.com/?raciya=conocer-chica-en-frades&3ea=c7 E’ iniziata con queste parole la conversazione con Ejdin Djonlic, allenatore passato nella storia del calcio alla fine dell’anno 2016, quando è diventato il più giovane allenatore di sempre a conseguire, a soli 22 anni, la licenza UEFA A. Un’impresa questa che lo ha fatto conoscere al mondo del calcio con l’appellativo “Mini Mourinho”, un tecnico che come lui condivide una storia ‘special’. 

“Studiando calcio notai come Mourinho ed altri tecnici iniziarono la loro carriera molto giovani e ho sempre avuto il desiderio di fare un percorso simile al loro, se non migliore, iniziando ancora prima.” 

E’ partendo da queste basi  che Djonlic ha bruciato ogni precedente record di precocità per l’ottenimento della licenza allenatori, che ha ricevuto durante il suo periodo di formazione l’invito, poi declinato, di collaborare con due fra le più prestigiose accademie inglesi, l’Arsenal e il Tottenham e che lo ha portato, nel 2014, ad essere ospite del C.T. della selezione bosniaca durante il Campionato del Mondo in Brasile. 

“Ho sempre voluto fare l’allenatore, e da sempre dedico il mio tempo per farne la mia professione, la mia vita.”

Ejdin, come è stato il percorso che ti ha portato ad essere il più giovane allenatore di sempre ad aver conseguito la licenza UEFA A? 

Sono nato in Norvegia e ho incominciato ad allenare davvero molto giovane, a 14 anni. Ho sempre avuto una enorme passione per il calcio e mio papà è stato il mio mentore, ed è stato lui che mi ha suggerito di intraprendere la carriera da allenatore.

Ho conseguito la licenza UEFA B all’età di 18 anni, in Norvegia e per me il fatto di essere stato sempre molto giovane non è mai stato un qualcosa che mi spaventasse, è sempre stato tutto molto naturale. Quando ho terminato il corso, sentivo l’esigenza di continuare a studiare, e la cosa migliore per differenziarmi dagli altri allenatori che vedevo, era andare a farlo all’estero, conoscendo nuove culture e nuovi modi di pensiero che mi permettessero di uscire dalla scatola da cui, a mio parere, gli altri allenatori non uscivano. Per cui sono andato in Bosnia, il mio paese di origine, in quanto affascinato dalla quantità di buoni giocatori e allenatori che i paesi balcanici avevano prodotto negli ultimi anni. Qui ho conosciuto corsisti di molti altri Paesi come Svizzera, Svezia, Portogallo con cui ho avuto un confronto quotidiano e dai quali ho potuto “rubare” pensieri e idee che sono state di enorme aiuto per la mia crescita professionale come coach.

Dopo che hai conseguito la licenza UEFA A come è proseguito il tuo percorso di formazione?

Ho continuato gli studi, consapevole del fatto che non potevo sentirmi appagato dai risultati raggiunti fino a quel momento.

Mi sono iscritto ad una università in Inghilterra specifica per il ruolo di coach, la Solent Football University, e anche durante il mio periodo di studi ero focalizzato solo ed esclusivamente sul lavorare e imparare il più possibile da chiunque. Più volte ho chiesto ai miei insegnanti di poter andare nei loro club per poter visionare da vicino la loro maniera di lavorare, in alcuni casi ho anche svolto per loro alcuni lavori di scouting o analisi.

In questa università ho potuto anche creare un portfolio personale di conoscenze, tra cui ex giocatori ritirati, disoccupati o infortunati vogliosi di iniziare un nuovo percorso come allenatori ed è stato fantastico per me.

Che tipo di background ti ha fornito questa università?

Ritengo che esista una mancanza generale di educazione dei coach nel gioco moderno, specialmente nei livelli top.

Quello che la Solent University mi ha fornito è un background tanto teorico quanto pratico, ho imparato ad analizzare le performance della partita da un punto di vista differente, con un maggior riguardo per i dettagli, di ogni natura, tecnici, tattici, fisici, mentali, sociali.

Esiste un percorso formativo migliore di un altro per diventare un buon allenatore?

Non so se possa esistere un percorso migliore di un altro, penso però che per essere un buon coach sia fondamentale, prima di qualunque altra cosa, essere se stessi, senza cercare di essere la copia di qualcun altro. Bisogna cercare di avere la propria metodologia di allenamento, il proprio modello di gioco, il proprio modo di relazionarsi con gli altri.

In secondo luogo un buon allenatore deve essere sincero, anche con se stesso, accettando il fatto che non può avere le risposte a qualsiasi cosa.

Con questi due ingredienti hai già una buona base di partenza per diventare un buon coach. La differenza poi la fa la voglia di voler apprendere cose nuove, in qualsiasi ambito, non solo calcistico. Ripenso ad una frase di Mourinho, che disse “chi sa solo di calcio, non sa nulla di calcio”. Condivido al 100%.

Ejdin Djonlic in un frame della video intervista
Quali sono le caratteristiche imprescindibili in un allenatore moderno?

Bisogna sempre distinguere il contesto all’interno del quale l’allenatore opera.

Nel calcio di base, per esempio, le caratteristiche di una allenatore sono differenti da quelle di uno del settore giovanile. In Inghilterra, ma penso anche in Italia, dicono che i migliori allenatori devono operare con i bambini. Sono pienamente d’accordo. In questo caso l’allenatore deve conoscere e capire il gioco del calcio, essere in grado di tradurlo ai suoi giocatori e, allo stesso tempo, deve essere vettore di valori sportivi e umani.

Insegnare i fondamentali è molto più complesso di quanto uno possa pensare

Se invece parliamo di allenatore di una squadra più adulta, parlo soprattutto dagli U15 in su, in cui il contesto è maggiormente competitivo, come allenatore devi avere una visione più a breve termine, senza però dimenticare che i giocatori hanno comunque sempre bisogno di imparare, e quindi continuando a coltivare l’aspetto educativo del singolo, anche qui, sempre sotto tutti i punti di vista, calcistico e non.

Quando poi se i allenatore di una squadra U21, U23 o di una Prima Squadra, il discorso è ancora una volta totalmente differente. Diventi quasi più un manager che non un allenatore, hai molte persone che lavorano con e per te e devi essere abile nella gestione dei rapporti umani, inoltre anche programmazione e analisi di partite e allenamenti sono differenti.

Senza dimenticare che, come detto prima, un allenatore può avere tutte le conoscenze del mondo in termini tecnici o tattici, ma deve anche avere doti comunicative tali per cui queste conoscenze vengano trasmesse al gruppo…

Questa è una delle cose che più spesso viene sottovalutata, ma che io personalmente ritengo sia una delle più complesse. Sei d’accordo?

Penso che tu abbia assolutamente ragione. Quando tu hai una immagine in testa e la vuoi portare in campo, devi passare attraverso molto tempo, molti dettagli, e non è facile. Se fosse così semplice chiunque lo potrebbe fare, ma la realtà ci dice che avere buone idee non è sufficiente.

In una tua intervista hai dichiarato che un giorno vorresti allenare un club di Premier League. Quanto è importante, per te e per la tua carriera da allenatore, porsi costantemente degli obiettivi da raggiungere?

E’ molto importante. Da sempre sono molto ambizioso, quando faccio qualcosa voglio sempre farla al meglio delle mie capacità.

Mi sono posto un obiettivo e dico sempre a me stesso che un giorno lo raggiungerò, ma so bene che dovrò essere paziente, perché il processo di crescita passa attraverso moltissimi step.

Quando fai qualcosa devi credere in te stesso ed essere convinto che un giorno riuscirai a raggiungere i tuoi obiettivi. Se non puoi nemmeno sognare di farcela, non potrai mai riuscirci. E non c'è niente di sbagliato nel sognare.

Io rispetto il processo, so che per la sua intera durata dovrò faticare molto, ma ne ho amato, amo e ne amerò ogni momento.

 

La tua storia personale come allenatore ti ha già portato ad essere soprannominato “Mini Mourinho”, mettendoti addosso l’etichetta di predestinato. Che cosa è per te il talento? E’ un qualcosa di innato o qualcosa che si può costruire?

Quando si parla di talento poi bisogna fare molta attenzioni a non farci prendere da facili errori di interpretazione: l’età biologica di un ragazzo influenza molto sulle capacità fisiche, motorie e cognitive di un ragazzo e se uno possiede un’età biologica superiore a quella cronologica, tale da renderlo molto più performante rispetto ai pari età, molto spesso viene considerato un talento.

E’ vero che alcune persone possiedono capacità innate fin dalla nascita ma, nella mia vita ho sempre lavorato molto per raggiungere i miei obiettivi perché sono sempre stato motivato dal pensiero che senza il duro lavoro anche il migliore dei talenti sia sprecato. Ti dirò di più, sono assolutamente certo del fatto che nel calcio come nella vita l’impegno e il sacrificio battano sempre il talento.

Come sono strutturate le academy in Inghilterra? Quali principi metodologici vengono utilizzati?

Ho speso moltissimo tempo in Inghilterra, lavorando e studiando calcio e ho amato profondamente tutto di questo paese, dalla cultura al calcio, ovviamente, tanto che anche adesso che lavoro in Norvegia non escludo un mio ritorno in futuro. Qui ho cercato di portare alcune cose della mia esperienza nelle academy inglesi ma non è possibile copiare ed incollare qualsiasi cosa perchè prima di tutto, quando operiamo come allenatori in terra straniera, dobbiamo porre attenzione al Paese in cui ci troviamo e analizzarne il profilo sociale, culturale, politico, in maniera tale da comprendere meglio anche il calcio, sia esso di formazione o degli adulti.

Il sistema accademico calcistico in Inghilterra è basato sul programma EPPP (Elite Player Performance Plan), una strategia a lungo termine ideata dalla federazione con lo scopo di sviluppare sempre più talenti nel territorio, che identifica le società giovanile in quattro categorie sulla base di risorse a disposizione, strutture, numero di coach impiegati a tempo pieno, fisioterapisti ed altri fattori ancora.

Per quanto riguarda i principi metodologici, quasi tutte le academy dei club professionisti lavorano moltissimo nella fascia d’età dai 9 ai 12 d’anni su quattro aree: quella tecnica, dove si sviluppano le abilità di base per il gioco, quella tattica, dove per tattica si intende la presa di decisione, quella psicologica-sociale, basata su quali competenze relazionali sviluppare nel bambino e in quale maniera, e in ultimo su quella fisica, dove per fisica parliamo delle cosiddette “abc”, http://fasodiasporama.net/?komisar=conseil-pour-site-de-rencontre&24a=1d agility, balance, coordination (agilità, equilibrio, coordinazione).

Fin da questa età si incoraggiano i giocatori a giocare in differenti posizioni, dando loro esperienze sempre nuove all’interno del campo di gioco, e anche l’analisi video è molto frequente. Nella mia esperienza in Inghilterra ho sempre notato grande organizzazione nella preparazione degli allenamenti, con riunioni e confronti quotidiani con tutti gli altri tecnici delle altre categorie che hanno permesso a tutti noi di imparare e crescere ogni giorno.

La licenza UEFA A ottenuta da Ejdin Djonlic nel giugno 2016
C’è qualcosa del tuo vissuto che stai cercando di importare in particolar modo nella tua attuale esperienza in Norvegia?

Certamente si, come ti dicevo prima quando si decide di importare qualcosa proveniente da un altro Paese bisogna sempre fare molta attenzione a cosa portare e a come farlo o proporlo, ma lo Snaroya Sportsklubb è un team ambizioso e piano piano cerco di apportare nel club sempre qualcosa di nuovo dei principi appresi durante il mio percorso di formazione.

Quando parlo di principi non parlo solo di principi tecnici o filosofici, ma anche umani. In Inghilterra ho appreso il vero significato di dare il meglio di se stessi in ogni circostanza, consapevoli del fatto che farlo era l'unico modo per migliorarsi, indipendentemente dal risultato ottenuto.

Nel percorso di formazione personale che hai citato, hai ottenuto anche la licenza di Performance Analysis and stats. Quali sono i parametri da tenere in considerazione in sede di valutazione di una performance individuale e collettiva?

Wow, bella domanda. Bella e molto difficile.

Penso che i parametri da tenere in considerazione, anche quando parliamo di academy, siano sempre in stretta relazione con lo stile di gioco dell’allenatore e che quindi nella montagna di dati che un tecnico può avere a disposizione vada sempre selezionato tutto ciò che è in conformità con il modello di gioco implementato.

Gli indicatori di prestazione è necessario che siano il più specifico possibile, in maniera tale da aiutare l'allenatore a capire ciò che sta accadendo in campo.

Se nel mio modello di gioco, per esempio, è importante andare a portare una prima pressione molto aggressiva sulla costruzione bassa degli avversari per recuperare più palloni possibili vicini alla loro porta, ma i dati mi dicono che recupero più palloni nel mio primo terzo di campo è chiaro ed evidente che qualcosa non va.

Siccome nel mio campo mi occupo di formazione giovanile però, penso sia corretto dire che più parliamo di bambini, più i dati che si possono avere a disposizione devono essere considerati in maniera generale, al contrario, più ci occupiamo di calcio di ragazzi in età adulta più invece devono essere specifici.

Hai parlato di stile di gioco, quale è la tua personale idea di gioco?

Sono un allenatore che cerca sempre di adattarsi. Penso che per migliorarmi come coach, devo essere in grado di adattarmi a tutte le circostanze contingenti.

Io posso anche avere una idea generale di come mi piacerebbe giocare ma si tratterebbe di un qualcosa di assolutamente astratto, perché sono i giocatori che poi rendono reale quella idea. E se loro hanno qualità lontane da quella idea, sarebbe un errore inserirli in quel contesto.

Adattarsi significa anche acquisire nuove esperienze nel modo di lavorare, essere flessibile appartiene al mio background formativo, anche durante i miei primi anni di studio e di osservazione non ho mai catalogato qualcosa come “giusto” o “sbagliato” ma come “utile” o “meno utile” in quel momento e in quel contesto specifico.

Cosa o chi ti ha ispirato maggiormente come coach?

Eccetto me stesso? (ride)

Sto scherzando ovviamente anche se un fondo di verità in quello che ti ho detto c’è. Mio padre me lo diceva sempre: “Guardi molto alle altre persone in cerca di ispirazione, ma stai guardando nella direzione sbagliata. Tu devi diventare l’ispirazione di te stesso, osservare quello che stai facendo ed esserne orgoglioso.” Si tratta di un punto di vista molto filosofico ma è stata una lezione che mi è stata molto molto utile nella vita.

Ovviamente poi ci sono tecnici professionisti che guardo con grande ammirazione, Mourinho su tutti, Mauricio Pochettino, Jurgen Klopp, ma se mi chiedi chi è stato per me il più grande manager di tutti i tempi ti rispondo senza ombra di dubbio Sir Alex Ferguson. Non sono mai esistiti manager come lui, è con lui che si è creata la concezione di allenatore manager.

In Italia ho studiato molto Antonio Conte e ciò che ha fatto con l’inter, ho visto molte partite della Roma per la presenza di Edin Dzeko, ho ammirato il Napoli di Sarri. Un giorno mi piacerebbe lavorare in Italia e osservare il calcio italiano da vicino, credo che sarebbe una possibilità ed una esperienza davvero fantastica.