L’ avvento di Seedorf come allenatore del Milan, alla sua prima esperienza da tecnico, fu accolto con molto hype da parte dei tifosi rossoneri. In quel momento il Milan attraversavo un periodo piuttosto buio della sua gloriosa storia e la chiamata di Seedorf, un’ex leggenda appena ritiratosi dal calcio giocato, sembrava potesse essere la giusta medicina per raddrizzare una situazione fino a quel momento piuttosto delicata, con i rossoneri a rischio di mancata qualificazione europea. Ma non era solo l’aura ereditata dai suoi anni da calciatore a far pensare che sarebbe stato l’uomo giusto. Prima ancora di accettare la sua prima panchina, infatti, Seedorf aveva mostrato di avere un’apertura mentale ed idee innovative che facevano di lui uno degli allenatori in fasce su cui venivano riposte maggiori aspettative.
“La mia idea di calcio è offensiva.” spiegava in una intervista alla Gazzetta risalente a luglio 2013 “Non tradirò mai questa mia filosofia, ma si può essere offensivisti in modi differenti. Cercherò di insegnare “un calcio totale”. Un mix di possesso palla olandese, movimenti d’attacco spagnoli, qualità difensive italiane combinate alla mentalità orientata al risultato e creatività e velocità brasiliane.”
“I miei modelli saranno tutti gli allenatori che ho avuto, fra i migliori in circolazione negli ultimi vent’anni, e, nonostante non sia legato al mondo del calcio, Phil Jackson, storico allenatore dei Chicago Bulls di Michael Jordan. Phil Jackson è riuscito a trasmettere valori di spiritualità ai migliori giocatori del mondo ottenendo risultati. Ho un appuntamento con lui. Ha accettato il mio invito a parlare. Ha convinto Jordan a fare meditazione e anche grazie a questo è riuscito a battere squadre fortissime come Lakers, Boston e Utah”.
La sua visione non si fermava però agli aspetti prettamente teorici del suo modello di gioco o ai valori ideali di coloro che lo ispiravano. Seedorf sembrava precursore anche di una nuova forma di gestione dell’allenamento, che negli anni ha comunque, seppur in maniera meno radicale, preso il sopravvento. “Voglio importare nel calcio un concetto dall’Nfl del Football Americano: uno staff specializzato. Cioè, un vice-allenatore per l’attacco; uno per la difesa; uno per i calci piazzati.”
La possibilità di confrontarsi con Seedorf si è concretizzata al termine della sua ultima sperienza da tecnico come C.T. della selezione del Camerun. Isolati dai tristi avvenimenti del Covid, il mio club di allora organizzò, per tutti gli allenatori e collaboratori tecnici, un webinar privato di circa un’ora con l’olandese, in cui si parlò principalmente di settore giovanile, di formazione e di sviluppo.
Nell’ultimo periodo ho trovato gli appunti che presi durante quell’illuminante incontro e quelli che seguono sono gli spunti che ho trovato più interessanti fra i tanti forniti da questo straordinario ex campione del nostro sport. Per praticità e leggibilità li ho riassunti sotto forma di intervista, modificando sicuramente qualche parola da quelle che furono espresse allora, ma senza alterare in alcun modo il contenuto delle risposte.
La formazione nel settore giovanile dell’Ajax
“L’esperienza all’Ajax mi ha aiutato in diversi aspetti. Mi ha dato mentalità vincente, che ho sviluppato grazie ad una costante osservazione e ad un percorso fondato sulle critiche costruttive finalizzate al raggiungimento dell’eccellenza di ogni atleta.
L’Ajax mi ha aiutato a sviluppare anche un’importante capacità di adattamento, che è maturata soprattutto per mezzo dei tanti tornei di più giorni che facevamo all’epoca e dove venivamo ospitai per tre-quattro giorni a casa di famiglie che non conoscevamo, in alcuni casi addirittura non parlavano nemmeno la nostra lingua e avevano cultura e abitudini differenti.
Un altro fattore fondamentale per la mia crescita è stato il fatto che i tanti weekend di calcio fossero per noi giovani calciatori divertenti. Questo ha fatto si che non abbia mai percepito il calcio come un impegno o una rinuncia a quello che invece i miei amici facevano. Oggi credo che noi allenatori dobbiamo essere disposti a fare questi sacrifici. Abbiamo il dovere di rendere i giorni insieme ad i nostri ragazzi un’esperienza positiva, in maniera tale che i bambini non percepiscano il calcio come un sacrificio o come tempo perso che avrebbero potuto dedicare agli amici.”
Come creare una mentalità vincente nei bambini
“Chi ha la responsabilità di guida di un gruppo di bambini deve proteggere certi valori.
Nell’allenamento dei bambini non possono mancare mai tante partite e tante ripetizioni del gesto tecnico che intendo allenare, ma i bambini devono soprattutto sognare, divertirsi e imparare giocando, bisogna educare alla vita ancor prima che allo sport perché anche se si arriva fra i professionisti il calcio finisce presto e bisogna essere preparati per il dopo.
Basti pensare che all’Ajax, probabilmente la squadra che produce più giocatori professionisti al mondo, il 90% dei giocatori dell’academy non arriva in prima squadra. Come istruttori abbiamo il dovere di pensare anche a quel 90% che non farà mai il calciatore professionista. Dobbiamo essere in grado di lasciare loro qualcosa per la vita perché la vita ti bastonerà ma se ti porti dietro valori forti forgiati nello sport, sarai pronto ad affrontare qualsiasi problema. Nelle academy la crescita come persona e come calciatore devono andare di pari passo.
Nel calcio per costruire la mentalità aiuta molto il fatto di avere una verifica a settimana: la partita. Essere in grado di accettare la sconfitta ed avere un buon rapporto con la sconfitta, per esempio, fa si che il giocatore possa analizzare il motivo della sconfitta e individuare dove può migliorare.”
Il talento. Che cosa è e come coltivarlo
“Il talento è innato. Può essere fisico, tecnico, mentale.
Come allenatore bisogna capire il tipo di talento che un giocatore ha e, una volta individuato, è necessario trovare il modo di non farlo morire, di consolidarlo.
Per consolidare un talento è assolutamente necessario che il bambino sia in grado di capire quale è il suo talento: molti giocatori anche fra i professionisti arrivano a metà della loro carriera senza aver capito quale è il loro talento, solo perché prima non hanno trovato nessuno in grado di farglielo comprendere.
Troppe volte ci focalizziamo su quello che dobbiamo migliorare, e va benissimo, ma ci dimentichiamo di coltivare il talento. I tennisti per esempio quando individuano un colpo che gli riesce particolarmente bene ci lavorano tanto per farne un punto di forza che sia in grado di oscurare i punti deboli.
Io personalmente, per esempio, mi sentivo molto a mio agio nel tirare da fuori ed era una cosa che facevo spesso, anche in allenamento. E’ importante stimolare i punti di forza del singolo atleta prima ancora che renderlo consapevole dei suoi difetti e delle cose da migliorare.”
"Nei giovani l'autostima va costruita prima della tecnica, perché senza autostima il giocatore non ha più la forza nè la voglia di migliorare."
“Una volta consolidati i punti di forza è più facile lavorare su ciò che c’è da migliorare.”
Adattamento a più ruoli durante la formazione nel settore giovanile: un beneficio o un percorso controproducente per carenza di specializzazione tattica?
“Per via del mio fisico sono stato impiegato in tutti i ruoli nella mia carriera. A 16 anni all’Ajax facevo il terzino destro, poi sono stato spostato ad attaccante fino a retrocedere a difensore centrale, ma la mia era una mentalità offensiva e quindi col tempo sono tornato a centrocampo.”
"Quando parliamo di ruoli dei calciatori bisogna fare attenzione alle attitudini del calciatore e cercare di non snaturalizzare quelle che sono le sue caratteristiche."
“L’adattamento a più ruoli mi ha dato molto perché avevo molte più opportunità di essere utilizzato ma mi ha anche tolto perché, a differenza di molti altri, non mi sono mai specializzato in quello che sentivo il mio ruolo di trequartista, se non a fine carriera.
Insegnare in giovane età più ruoli è fondamentale per la comprensione delle difficoltà in ogni zona del campo e per avere una visione a 360°. Crei capacità tattiche, tecniche e mentali che poi aiuteranno il giocatore nel suo ruolo naturale.
In questo senso mi ha aiutato molto, ma mi ha tolto per il fatto che non appena arrivava uno specialista “vero” io dovevo adattarmi. Per esempio quando al Milan arrivò Kakà, dovetti adattarmi da mezzala.
E’ altrettanto fondamentale individuare la posizione in cui ogni giocatore si esprime con più enfasi.”
La gestione del rapporto con i campioni nello spogliatoio in giovane età
“La capacità di inserimento e la voglia di inserirsi in un gruppo sono fondamentali, ma non è facile se non hai l’aiuto del gruppo.
La cosa più difficile per me è stato attendere di avere voce in capitolo all’interno dello spogliatoio quando ero in giovane età. Io non avevo problemi ad esprimermi, anzi, era quello che volevo, ma da giovane, nonostante avessi già vinto, dovevo rispettare le gerarchie. Questo però ogni tanto mi portava ad avere delle incomprensioni e sentirmi talvolta frustrato.
Durante i miei primi allenamenti alla Sampdoria, per esempio, toccavo poco la palla perché per quello che era il calcio in Italia in quegli anni, spesso veniva giocato saltando il centrocampo, mentre all’ Ajax la toccavo cento volte ad allenamento. Non mi divertivo, io volevo la palla nei piedi, ero abituato ad averla anche nel traffico, perchè anche in situazioni congestionate vedevo opportunità e soluzioni. Fu importante per me avere un allenatore come Eriksson che mi ascoltò e mi fece capire che ero io a dovermi adattare al nuovo tipo di calcio, e non il contrario.
Lo compresi presto. Alla Samp avevo un compagno di squadra che correva tantissimo, arrivava sempre sul fondo ma spesso sbagliava anche molti cross. Nonostante questo il pubblico lo applaudiva lo stesso, cosa che non sarebbe successa in Olanda perchè li si apprezza più il gesto tecnico piuttosto che la corsa.
Ancora una volta fu Eriksson che mi fece capire come nella cultura italiana di quel momento, si apprezzasse molto di più la grinta, intesa come far vedere che ti impegni a fare qualcosa con grande sforzo senza economizzare la corsa. Volendo adattarmi a questi principi, quindi, iniziai a fare delle corse che nella mia testa erano inutili per il gioco ma utili per la mia sopravvivenza.”
Gestione del passaggio da Inter a Milan
“Sono dell’idea che se sposi una causa devi dare il 100% per quella causa e se lo fai le persone non ti potranno mai dire niente. In più, io non ho mai mancato di rispetto a nessuno, né prima né dopo. Questi sono stati i valori che mi hanno permesso di non essere criticato, di rimanere sempre con i piedi per terra in qualsiasi momento mantenendo però la capacità di sognare, capacità che conservo tutt’ora e che per me è fondamentale.”
Gestione del passaggio giocatore/allenatore
“Quando feci il corso per ottenere il patentino da allenatore mi chiesero di scrivere la mia idea di gioco su un foglio.
Consegnai un documento in cui erano scritte:
– filosofia di gioco
– filosofia di gestione del gruppo
– filosofia di gestione con il club
Quando iniziai il mio percorso di allenatore, il Milan era in un momento di piena crisi, con giocatori molto sfiduciati, e ho cercato come prima cosa di mettere da parte il mio lato emozionale, anche se il calcio è fatto di emozioni, in allenamento e soprattutto in partita, per prendere decisioni il più razionali possibili.
Il primo step fu cercare di lavorare sull’aspetto emotivo, aumentando la fiducia della squadra con il mio atteggiamento e soprattutto facendo vedere loro che alla base delle mie scelte c’erano meritocrazia, lavoro e pianificazione.
Ovviamente la fiducia della squadra passa anche attraverso i risultati e questi devono poter aiutare l’allenatore, ma personalmente penso che il risultato sia un aspetto secondario. Si vince anche quando si migliora un gruppo per esempio. E questo vale soprattutto nei settori giovanili.
Un’altra parte della mia metodologia è fare tante domande ai giocatori: quando sbagliano è chiaro ed evidenti a tutti che hanno sbagliato ma io voglio che loro comprendano perché hanno sbagliato. Il fatto di fare domande crea dentro ognuno di noi una reazione introspettiva, fondamentale per la crescita: se sei onesto con te stesso puoi crescere, se non lo sei non puoi.”
Studio e percorso di formazione per incrementare le capacità di relazione
“Nessuno cresce senza persone che ti diano qualcosa, che ti donino esperienze.
Nella mia formazione è stato utile il corso di management che ho fatto alla Bocconi, anche per i miei interessi extracalcistici. Inoltre ho studiato psicologia applicata allo sport che mi ha reso più cosciente di molte cose, anche personali.”
"Sono dell'idea che se sappiamo utilizzare e gestire la forza della parola possiamo toccare molte anime."
“Aspetti fondamentali per me sono stati quelli della psicologia e della visualizzazione, scrivendo anche le cose su un foglio più volte, come se fosse una sorta di contratto con me stesso. Spesso per esempio ho fatto gol che nella mia testa avevo già realizzato.
Questo per dire che quando ci si allena bisogna allenarsi con motivi ben precisi, e questo vale sia quando l’obbiettivo è a livello individuale sia quando è a livello di gruppo e in quest’ultimo caso deve essere chiaro, oltre che l’obbiettivo collettivo, quello che io come singolo posso e devo fare per aiutare il collettivo a raggiungerlo.
L’allenatore deve essere in grado di costruire qualcosa e deve essere in grado di saperlo fare, anche, e soprattutto, attraverso le relazioni.
Per esempio molte volte si chiede ai propri giocatori “come stai?”. Bisogna capire come sta un ragazzo veramente. Spesso riceviamo risposte approssimative (“così così, abbastanza bene”), ma come allenatori abbiamo il dovere di non accontentarci e andare a fondo, capire quali sono i motivi dietro ad ogni comportamento perché questo è la base per creare una squadra nel profondo senso della parola, in quanto il calciatore percepisce maggiormente la connessione umana, più e prima delle questioni tecnico/tattiche.
Avere una buona relazione con i propri calciatori potrebbe tornare utile all’allenatore anche per la gestione di alcuni casi di malcontento all’interno del gruppo. Ai tempi in cui giocavo, per esempio, ci fu una situazione particolare da gestire con Rui Costa. Con l’arrivo di Kakà stette in panchina per diverso tempo e non era facile gestire il malcontento di un campione costretto a non giocare per l’arrivo di un altro campione. In questo caso fu utile la mia relazione con Ancelotti ad essere importante, affinchè io potessi parlare all’allenatore, capire il suo punto di vista, e fare da intermediario con Rui Costa.”