Recentemente mi sono imbattuto in un interessante studio di psicologia dello sport, dal titolo “Coltivare il talento del calcio: un quadro concettuale per l’ambiente di sviluppo dei talenti”.
Negli ultimi due decenni, è stata condotta una grande quantità di ricerche sull’ambiente di sviluppo dei talenti sportivi. Tuttavia, pochi quadri teorici sono dedicati ad aiutare a comprenderlo in un particolare sport. Questo studio, invece, intende esaminare un nuovo quadro ambientale che tiene conto in particolare delle caratteristiche situazionali del calcio.
L’ identificazione e lo sviluppo dei talenti sono due argomenti strettamente correlati ed emergenti nella maggior parte degli sport, compreso il calcio. Tuttavia, sebbene il talento sia universalmente considerata una delle condizioni fondamentali per esprimere un bel calcio e per i grandi calciatori, quasi nessuno sa cosa si intenda esattamente
Wikipedia dice quanto segue sul talento: “Quando la predisposizione individuale verso una certa attività, in specie per quelle riguardanti espressioni artistiche, si manifesta in una forma già costituita come capacità in atto si parla preferibilmente di talento inteso come una vera e propria dote, naturalmente posseduta, più profonda di un’attitudine.” Altre fonti lo definiscono come “un requisito speciale di prestazione di una persona. Nella maggior parte dei casi, si tratta di una o più competenze superiori alla media. Sebbene si possa presumere che quasi tutte le persone siano più o meno talentuose, l’uso del termine talento di solito si riferisce a requisiti di prestazione superiori alla media.”
In ogni caso le caratteristiche dinamiche e non lineari dell’ambiente calcistico, insieme alla mancanza di criteri validi e coerenti per l’identificazione dei talenti, rendono l’identificazione precoce delle future stelle nello sport giovanile una sfida complessa. In Germania, ad esempio, nel tentativo di stabilire dei criteri, nell’ultimo decennio è stato fatto un lavoro di ricerca per stabilire i fattori che potrebbero prevedere il successo futuro dei giovani calciatori. Si tratta di studi a lungo termine che hanno identificato alcuni fattori precoci che potevano essere utilizzati per individuare i giocatori che sarebbero stati in grado di raggiungere il calcio professionistico. Il protocollo si è concentrato su abilità motorie come agilità, controllo di palla, velocità di corsa. dribbling e precisione di tiro. Punteggi elevati in questi campi nella categoria under 12 sono stati associati ad una maggiore probabilità di raggiungere l’élite. Tuttavia, del numero totale di giocatori studiati, solo lo 0,9% ha raggiunto i massimi livelli.
Per questa ragione i ricercatori hanno iniziato a prestare maggiore attenzione all’impatto del quadro ambientale, riconoscendolo come “una parte più controllabile del processo”. Ciò suggerisce che lo sviluppo dei giovani atleti può essere migliorato manipolando i fattori ambientali chiave che sono essenziali per la loro crescita.
In questo studio l’ambiente viene organizzato gerarchicamente in due sotto gruppi principali: quello strettamente sportivo e quello non sportivo. Il fattore sportivo è ulteriormente suddiviso in quattro sottofattori: l’allenatore, l’interazione con i compagni di squadra, l’allenamento e la competizione. Il supporto accademico e quello familiare sono invece identificati come due sotto fattori del fattore non sportivo.
Basi teoriche
Definizione di ambiente di sviluppo nel calcio.
Prima di discutere dell’ambiente di sviluppo calcistico, è necessario definire chiaramente il termine. Sebbene non vi sia stato finora un consenso unanime, due definizioni sono state ampiamente accettate nel mondo accademico. In primo luogo, Martindale ha definito l’ambiente di sviluppo come “tutti gli aspetti della situazione del coaching”, sottolineando il ruolo del coaching nella formazione dei talenti sportivi. Tuttavia, è importante riconoscere che ci sono altri spazi sociali (ad esempio, la collegialità con i propri compagni e non, o la vita familiare) oltre al coaching, che influenzano anche lo sviluppo degli atleti. Così, ha offerto una definizione più completa e dettagliata di TDE atletico:
Un sistema dinamico che comprende (a) l’ambiente circostante di un atleta a livello micro in cui avviene lo sviluppo atletico e personale, (b) le interrelazioni tra questi ambienti, (c) a livello macro, il contesto più ampio in cui questi ambienti sono incorporati e (d) la cultura organizzativa del club o della squadra sportiva, che è un fattore integrativo dell’efficacia atletica TDE nell’aiutare i giovani atleti di talento a diventare atleti d’élite senior.
Sebbene una definizione così completa fornisca un quadro più ampio del termine, può però portare ad un ambito empirico eccessivamente ampio dello studio, con conseguente potenziale minore profondità della ricerca. Inoltre, esaminare le influenze di tutti gli elementi ambientali sui talenti sportivi sembra irrealistico. Pertanto, questo studio cerca di identificare i fattori chiave dell’ambiente calcistico pertinente che hanno un impatto diretto sullo sviluppo dei talenti calcistici, quelli già citati relativi al “fattore sportivo”.
FATTORI NON SPORTIVI
Inizierò volutamente dai fattori non sportivi. Va notato che mentre ci si aspetta che i giocatori di calcio si sviluppino con successo nel loro sport, dovrebbero svilupparsi anche come individui a tutto tondo. Inoltre, anche fattori ambientali non sportivi potrebbero avere influenze sullo sviluppo dei talenti all’interno e all’esterno del calcio. Elaborando l’analisi del quadro concettuale della letteratura correlata, sono stati concettualizzati due sottofattori del dominio non sportivo: il supporto accademico e il supporto familiare.
Supporto accademico
Una solida formazione accademica, oltre ad essere fondamentale per lo sviluppo di una carriera senza insicurezze per il futuro, è fondamentale anche per migliorare l’autostima, il pensiero critico e l’autonomia. Senza supporto accademico, i talenti del calcio sono appesi a un filo molto fragile.
Sostegno familiare
Il termine “famiglia” è apparso frequentemente in precedenti studi sull’ambiente di sviluppo del talento. Il sostegno dei familiari è vitale per lo sviluppo dei giovani atleti e molti studi hanno confermato come essa incida sul coinvolgimento e sui risultati degli atleti nello sport. Allo stesso modo quindi, nel calcio, i giovani giocatori incoraggiati positivamente dai loro genitori tendono a formare livelli più elevati di divertimento, competenza e motivazione. Pertanto, il sostegno alla famiglia è concettualizzato come un fattore ambientale nel quadro dell’ambiente di sviluppo calcistico.
La famiglia può sostenere i talenti del calcio in diversi modi. Da un lato, le famiglie forniscono ai talenti del calcio un supporto emotivo, ad esempio facendo il tifo durante una partita. D’altra parte, il sostegno familiare si concretizza anche in altre “semplici” azioni quotidiane come la preparazione dei pasti, l’acquisto del kit, o accompagnandoli a scuola o ad allenamento.
L’accompagnamento costante della famiglia e degli amici dell’atleta serve a rafforzare l’autostima, la motivazione e a stabilire un legame sano con lo sport. Un giocatore che si sente emotivamente supportato dalla sua famiglia è più resistente al fallimento e affronta il successo in modo più equilibrato. L’ambiente familiare, infatti, può fungere da specchio emotivo: se c’è equilibrio e rispetto, il giocatore lo trasferisce in campo.
FATTORI SPORTIVI
Interazione con i compagni
I compagni di squadra sono stati identificati come un importante elemento ambientale che influenza lo sviluppo dei giovani atleti in diversi studi.
L’interazione si riferisce a “tutti i tipi di comportamento in cui individui e gruppi agiscono l’uno sull’altro” (Simpson & Galbo). Di conseguenza, l’interazione con i compagni di squadra può essere intesa come un modo di comportamento in cui i talenti del calcio e i loro compagni di squadra agiscono l’uno sull’altro. Diversi studi hanno scoperto che il modo in cui i giovani atleti interagiscono tra loro può influire sul loro sviluppo. Graupensperger ha sottolineato che l’interazione di supporto è utile per i giovani atleti per formare caratteristiche psicologiche sane. Inoltre, altri studi hanno osservato che le relazioni tra i giocatori di calcio e i loro compagni di squadra sono fattori fondamentali per influenzare la loro motivazione, il loro impegno e le loro prestazioni. Pertanto, l’interazione positiva tra i compagni di squadra favorisce uno sviluppo sano dei giovani calciatori.
Tuttavia, le interazioni tra i giovani calciatori non sono sempre positive a causa della natura altamente competitiva del calcio. Ad esempio, due giocatori nella stessa posizione in una squadra possono deliberatamente sfidarsi in allenamento per essere poi scelti dall’allenatore come titolari in partita. Questa concorrenza, in alcuni casi positiva, in altri non solo aumenterebbe il rischio di lesioni fisiche ma anche problemi mentali (eccesso di pressione, ad esempio).
In sintesi, Il rapporto con i colleghi influenza direttamente l’impegno. In una squadra coesa i giocatori imparano gli uni dagli altri, attraverso l’osservazione, l’imitazione e il feedback informale e quotidiano dei compagni. L’ambiente sociale dello spogliatoio è uno spazio di apprendimento invisibile.
Competizione calcistica
La competizione calcistica viene definita come “un processo attraverso il quale un individuo lotta contro se stesso, una forza, un avversario o un gruppo di avversari per ottenere un obiettivo o una sfida misurabile”.
Diversi studi hanno evidenziato la grande importanza della competizione sottolineando il fatto che le abilità tecniche e tattiche che gli atleti praticano durante l’allenamento devono essere eseguite durante le competizioni. Allo stesso modo, è fondamentale per lo sviluppo del talento che i giovani calciatori acquisiscano esperienza attraverso competizioni sportive di alta qualità.
Nel contesto calcistico, le competizioni forniscono ai talenti del calcio preziose opportunità per utilizzare le capacità fisiche, comprendere i contesti di gioco, prendere decisioni, collaborare con i compagni di squadra e praticare abilità motorie e tattiche. Pertanto, durante il processo di sviluppo dei talenti calcistici è necessario partecipare frequentemente a competizioni di alta qualità per ottimizzare l’esperienza di competizione dei talenti sotto vari aspetti e promuovere il loro sviluppo complessivo.
Allenatore
L’allenamento sportivo è un processo fisico e psicologico guidato principalmente da allenatori il cui ruolo principale è quello di aiutare i giocatori a raggiungere un livello d’élite. Pertanto, un allenatore di calcio può essere visto come un fattore ambientale essenziale che influisce sullo sviluppo dei talenti del calcio.
Per meglio comprendere l’impatto che un allenatore può avere nella crescita e nello sviluppo di un giovane ragazzo ho preso come riferimento un altro studio in cui mi sono imbattuto, dal titolo “Variabili che influenzano l’intensità dell’esercizio nelle esercitazioni svolte ad alta intensità con la palla”. Questo studio è volto ad identificare l’impatto che alcune fra le più comuni variabili utilizzabili dall’allenatore hanno sull’intensità dell’esercizio durante le esercitazioni con il pallone. Le variabili prese in considerazione sono state:
- dimensioni del campo utilizzate
- numero dei giocatori
- regole adottate
- incitamento dell’allenatore
Pur ipotizzando l’effetto di queste variabili, nessuno prima aveva investigato sistematicamente sull’effetto di ciascuno di questi elementi sull’intensità dell’esercizio.
Per questo esperimento è stato condotto uno studio su venti calciatori a livello dilettantistico che si allenavano mediamente tre volte alla settimana per circa due ore. Durante l’intera stagione agonistica l’allenamento atletico è stato realizzato utilizzando esclusivamente esercitazioni con la palla in spazi ridotti, senza svolgere alcun tipo di lavoro di forza o di potenza che avrebbe potuto influenzare i risultati dello studio. Le esercitazioni indagate sono state mini partite senza portieri e con tocco libero 3vs3, 4vs4, 5vs5 e 6vs6. Il gol era considerato valido solamente quando, al momento della realizzazione, tutta la squadra si trovava nella metà campo avversaria. Inoltre ogni partitella è stata effettuata con 3 dimensioni di campo differenti, piccolo, medio e grande. Ogni mini partita, infine, è stata svolta in due diverse condizioni: con incitamento costante da parte dell’allenatore e senza incitamento.
L’analisi statistica effettuata rivela che il 3vs3 è risultato più intenso del 4vs4 e del 5vs5, mentre tutte e tre queste esercitazioni sono risultate essere più intense del 6vs6. E’ stato inoltre verificato un effetto significativo delle dimensioni del campo di gioco utilizzato sulla frequenza cardiaca dell’esercizio, sulla concentrazione di lattato accumulato e sulla percezione dello sforzo (RPE).
Infine, aspetto ancor più interessante, è stato dimostrato un effetto significativo sull’intensità di esercizio da parte dell’incitamento dell’allenatore, con ricadute, ancora una volta, sui valori di frequenza cardiaca, concentrazione di lattato e percezione dello sforzo. L’incitamento e la conduzione partecipativa dell’allenatore durante lo svolgimento delle esercitazioni contribuisce dunque in maniera significativa ad innalzare l’intensità dell’esercizio. Questo effetto risulta essere estremamente importante da un punto di vista pratico, poichè la motivazione “esterna” fornita dalla supervisione dell’allenatore consente di ottenere risultati nel corso di un allenamento.
Non solo. Sulla base dell’analisi statistica degli effetti dei diversi fattori, quello che ha la maggiore influenza sulle risposte fisiologiche è l’incitamento da parte dell’allenatore, seguito dalle modalità di esercizio e dalle dimensioni del campo da gioco.
Allenamento
Sulla creazione di ambienti favorevoli all’apprendimento negli allenamenti sportivi si sono scritti e si scrivono interi libri, pertanto sul tema dell’allenamento mi focalizzerò su uno specifico punto. In particolare si tratta di uno specifico aspetto che però ritengo sia alla base di qualsiasi filosofia che possa essere ritenuta il miglior terreno fertile per i giovani talenti: l’importanza del divertimento e dell’umorismo all’interno dell’allenamento sportivo.
Uno dei grandi della pallacanestro jugoslava, Željko Rebrača, ha recentemente commentato in un’intervista che, nell’accademia di basket che gestisce a Novi Sad, in Serbia, si preoccupa più di instillare nei suoi studenti che lo sport diventi, prima un amore e solo successivamente, all’occorrenza, un lavoro. Per quanto riguarda la preparazione ha affermato di dare priorità alla comunicazione, all’avere un rapporto con l’allenatore in modo che possa diventare un punto di riferimento e a garantire che le critiche non vengano mai interpretate come un attacco personale.
Queste due frasi racchiudono la grande sfida delle scuole sportive d’élite.: come mantenere il piacere quando l’allenamento a un certo livello cade inevitabilmente in routine e ripetizioni, e come mantenere un rapporto di fiducia con l’allenatore, che è responsabile della definizione di quei piani potenzialmente noiosi.
La questione non è affatto nuova. Se ne parla nel classico “Homo Ludens” del filosofo olandese Johan Huizinga, il quale avverte che lo sport, nella sua fase più sviluppata, come si vede nell’Inghilterra del XIX secolo, si evolve da gioco attraverso la serietà verso una maggiore sistematizzazione e disciplina, finendo per perdere il suo contenuto ludico. Nelle sue parole: “L’atteggiamento del giocatore professionista non è più l’autentico atteggiamento ludico, poiché la spontaneità e gli atteggiamenti spensierati sono assenti da esso. Lo sport si sta allontanando sempre di più dalla pura sfera del gioco nella società moderna, diventando un elemento sui generis: non è più solo un gioco, ma non è del tutto serio”.
Le scienze dello sport hanno studiato questo problema, la difficoltà di incorporare il divertimento negli allenamenti e nelle competizioni. Tuttavia, questa difficoltà è maggiore al di là del quadro teorico poiché il divertimento ha significati diversi per ogni individuo. Ecco perché si dice che l’arte del coaching sta nel riconoscere sia le situazioni che le persone con cui stai lavorando. Ciononostante, c’è stata una chiara tendenza a partire dagli anni ’90 verso la ricerca di formule per “riportare il divertimento” nell’allenamento sportivo d’élite, soprattutto da quando i tassi di abbandono scolastico tra i minori hanno superato il 35%.
In quello stesso decennio, Johan Cruyff ottenne un grande successo come allenatore del FC Barcelona con un approccio dirompente agli standard prevalenti dell’epoca, che si basavano su un gioco molto fisico e difensivo. Nel suo libro “Mi piace il calcio”, l’allenatore scriveva che era necessario “avere allenatori che trasmettessero gioia e amore per l’arte, non gli aspetti meno piacevoli e più sacrificali del gioco, ma il suo lato più luminoso e stimolante“. E ha fatto un appello: “Dobbiamo tornare alle origini del calcio, e le origini ci dicono che, nella maggior parte delle occasioni, il calcio è tecnica, ed è per questo che inizia, e che questo fantastico sport è stato inventato per divertirsi e, da lì, creare un seguito, non per correre senza meta o per prendersi a calci a vicenda”. Il suo assistente di quell’epoca d’oro, Charly Rexach, era pienamente d’accordo, arrivando a elevare la sua concezione del gioco a una risposta vitale: “Il senso della vita può essere il senso del calcio quando si crede che si esca in campo per divertirsi, non per morire”.
All’apice della loro carriera di allenatori, la finale di Coppa dei Campioni del 1992 a Wembley contro la Sampdoria, Cruyff disse ai giocatori prima della partita: “Salute e divertimento”. Dalla sua filosofia, divertirsi con il gioco non era solo una questione di salute mentale ma una condizione per puntare alla vittoria. Come ha spiegato: “Molti potrebbero non avere l’opportunità di giocare di nuovo una partita di questo livello, quindi dovrebbero godersela, non sopportarla. Se non ti piace, non giochi. Se non giochi, è più difficile vincere. È chiaro”.
Il modello Barça, che proprio da allora si radicò nelle categorie giovanili dei blugrana, si basa su questa premessa. La loro scuola calcio si concentra sul passaggio, l’elemento più basilare del gioco che i bambini eseguono istintivamente quando calciano un pallone per la prima volta. Il suo naturale riflesso sul campo è il gioco posizionale, che, attraverso il passaggio, cerca vantaggi numerici per superare l’avversario e, attraverso la percezione spaziale, individua le esigenze create per raggiungere questo obiettivo.
Nei centri di formazione, il ruolo della disciplina è altrettanto controverso. Gli sport d’élite richiedono che il dolore duraturo sia inerente alla loro pratica. Pertanto, l’allenamento degli atleti d’élite implica imparare a sopportare la frustrazione. Devono controllare il sonno, il peso, la dieta, le condizioni fisiche e persino gli stati d’animo e gli hobby. Quando un atleta raggiunge la “normalizzazione”, esegue tutto questo monitoraggio da solo e interpreta il ruolo dell’allenatore come collaboratore o ottimizzatore di queste routine.
Tuttavia, questo processo, privo di equilibrio, può portare a sovrallenamento, infortuni o problemi psicologici se non si raggiunge un obiettivo, cosa che negli sport agonistici non può mai essere completamente controllata, da qui l’ansia che provoca naturalmente. Pertanto, il costo della disciplina porta spesso all’abbandono. In alcuni casi, porta al pensionamento o alle dimissioni in una fase precoce.
Partendo da queste basi, la letteratura di scienza dello sport ha differenziato due profili di atleti all’interno delle scuole di formazione: L’edonistico e l’eudaimonico. Il primo pratica uno sport per ottenere piacere, per divertirsi. La motivazione di questi ultimi risiede nello sviluppo del loro potenziale per raggiungere una certa posizione. Questi approcci non si escludono a vicenda, ma richiedono approcci differenziati. I termini tecnici che li definiscono sono motivazione intrinseca ed estrinseca. Nel primo caso, lo sport è fatto per divertimento, mentre nel secondo è fatto per ricompense tangibili, come premi, titoli o altri obiettivi, come l’iscrizione a una squadra o il passaggio di categoria.
Il successo nelle scuole sportive d’élite risiede nell’ internalizzare la motivazione estrinseca dall’atleta. Normalizzarlo all’interno della propria pratica, in modo da creare le proprie dinamiche coercitive ma, allo stesso tempo, trovare piacere nel raggiungere una serie di obiettivi che li porteranno a competere alle condizioni o al livello richiesti. Il passo necessario per trasformare le routine e gli esercizi ripetitivi in un elemento ludico è la responsabilità degli allenatori, la loro capacità di creare divertimento nelle attività quotidiane.
L’umorismo negli ambienti sportivi non è stato studiato in modo approfondito in tale ricerca, sebbene non sia passato inosservato. Il suo utilizzo “multifunzionale” da parte dei coach, in un lavoro così carico di emozioni, potrebbe “ospitare possibilità molto interessanti”, come suggerito in alcuni manuali di coaching. Se il coach è principalmente un manager delle emozioni altrui e il suo strumento fondamentale è la comunicazione, l’umorismo non dovrebbe essere estraneo al processo. Etimologicamente, l’umorismo deriva dal fluire, dal fluido.
Se uno dei più importanti sociologi, Murray S. Davis, dell’Università della California, ha detto che la sociologia non può essere compresa senza umorismo, c’è anche una linea di studi sull’Educazione Fisica che ritengono che senza questo requisito non si possa diventare un buon allenatore.
Ci sono molti fattori utili di umorismo nell’educazione sportiva e nella gestione della squadra. La risata è qualcosa che si condivide, che può rafforzare i legami che uniscono un gruppo e accrescere il senso di solidarietà tra i suoi membri. L’umorismo aumenta la coesione, che si traduce in una maggiore efficacia o produttività specialmente in ambienti pedagogici.
Un studio condotto tra allenatori scandinavi d’élite con più di dieci anni di esperienza nel calcio, le squadre di pallamano, nuoto e canottaggio hanno rivelato che l’umorismo è deliberatamente usato come strumento. È necessario perché la formazione sportiva e anche la formazione professionale si distinguono per la loro noia. Si tratta di affrontare quotidianamente sessioni molto ripetitive e strutturate. Senza umorismo, possono diventare devastanti per la motivazione e l’impegno. È necessario rompere la monotonia, e nelle situazioni più travolgenti o noiose, uno scherzo è un metodo completamente gratuito e innocuo per rompere l’inerzia.
A volte si tratta solo di aritmetica, bisogna bilanciare una disciplina rigorosa e un monitoraggio quasi costante di ogni movimento o abitudine di vita. Gli allenatori intervistati in quello studio hanno cercato di introdurre l’umorismo facendo scherzi come nascondere le scarpe dei giocatori o tagliare i loro spazzolini da denti. L’obiettivo era che si vendicassero e quindi generassero un’atmosfera più rilassata per combattere le già citate dinamiche plumbee degli sport d’élite.
Cercano anche di identificare e promuovere la figura del giullare di gruppo. I giocatori di una squadra sono stati scelti per le loro capacità, mai per il loro background culturale o religioso, quindi qualcuno che può scherzare con tutti serve a ridurre le tensioni latenti tra i membri del gruppo. A patto che, ovviamente, l’umorismo mostrato sia inclusivo e chi fa le battute non si prenda troppo sul serio. Un allenatore ha ricordato come, durante l’intervallo di una partita, fosse importante che un giocatore gli chiedesse del colore indossato dalla squadra avversaria, facendo così condividere a tutti i compagni di squadra una risata incontrollabile e alleviando ogni tensione.
Gli ambienti in cui l’umorismo non è il benvenuto riflettono in ultima analisi una mancanza di autorità, ma piuttosto autoritarismo. Se un allenatore percepisce che l’umorismo minerà la sua autorità o il rispetto che i suoi atleti hanno per lui, è in realtà perché gli manca.
In effetti, ciò che si raccomanda è la complementarietà di entrambe le sfaccettature, l’allenatore che ricorre all’umorismo per rafforzare la propria autorità. In questo studio, un coach ha dichiarato che, nel corso degli anni, ha scoperto che la sua immagine seria funzionava molto meglio se combinata con alcuni momenti di umorismo. Inoltre, scherzare in modo ingegnoso e inconsapevole su se stessi trasmette sicurezza, anche se alcuni potrebbero credere il contrario.
Come strumento comunicativo, bisogna tenere conto del detto che una battuta è una mezza verità. Molti allenatori credono che usare l’umorismo per dire qualcosa possa spogliarlo di connotazioni negative e offensive e allo stesso tempo invitare alla riflessione. L’allenatore australiano campione del mondo di rugby, Bob Dwyer, sosteneva che gli piaceva dire le cose più importanti con umorismo perché era il modo migliore per farle ricordare.
La natura a doppio taglio delle battute è che possono essere fatte a spese di qualcuno, dimostrando la superiorità di una o poche su altre. Se una cosa del genere è permessa, è del tutto controproducente perché entrerebbe nel regno della trasformazione del comune in un ambiente tossico. Nel caso dell’allenatore, deve stare attento a non cadere in situazioni in cui ad alcuni è permesso essere umoristico, o ridono alle loro battute, ignorando o ignorando gli altri, poiché sarebbe un modo altrettanto tossico di stabilire gerarchie. La componente essenziale dell’umorismo è ottenere l’opposto, uno strumento che equilibra, che elimina le disuguaglianze, condividendo bei momenti.
Conclusioni
Il talento è spesso frainteso. Si celebra quando brilla, si giudica quando fatica ad esprimersi, ma raramente si accompagna con cura. Troppo spesso lo si tratta come una risorsa da sfruttare o una promessa da gestire, quasi mai, però, come un processo da rispettare.
Allenare il talento, in fondo, è un’espressione imprecisa. Il talento non si allena nel senso tradizionale del termine. Non si costruisce con i carichi, nè si schematizza con la tattica o comprime in esercizi ripetuti fino alla noia. Il talento si coltiva, si osserva, si ascolta, si lascia esprimere. E soprattutto non si rovina.
Lo si rovina quando lo si forza in ruoli che non sente suoi. Quando lo si giudica più per quello che fa che non per quello che potrebbe diventare. Lo si limita, fino a farlo spegnere talvolta, con urla premature e troppi vincoli. Molti allenatori si convincono di dover “formare” il talento. Ma spesso formarlo significa piegarlo, semplificarlo, incasellarlo. E in quel processo si perde l’imprevedibile.
Allenare il talento è un atto delicato, che richiede pazienza, competenza, empatia, ma anche il coraggio di fare un passo indietro. Di mettere l’ego dell’allenatore da parte, per lasciare spazio all’identità del giocatore. Di rinunciare al controllo totale per lasciare che emerga qualcosa spontaneamente, magari in modo disordinato, ma autentico.
Il talento non ha bisogno di troppe mani, ma spesso “solo” di un contesto che lo protegga, lo ascolti e lo lasci crescere senza fretta e senza paure.