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La leggendaria Màquina del River Plate

Il Club Atlético River Plate è una delle squadre di calcio più prestigiose e decorate dell’Argentina e del mondo. Nel corso della sua lunga e illustre storia, il River Plate ha visto la formazione di squadre memorabili, ma nessuna è stata più celebre e dominante della leggendaria “La Máquina”, la squadra che ha segnato un periodo durante il quale il River ha affascinato il mondo del calcio con un gioco straordinario ed una squadra eccezionale.

Siamo negli anni ’40, un periodo di grande effervescenza per il calcio argentino e sudamericano, ed è in questo contesto fervente che è emersa La Máquina, una formazione che divenne sinonimo di successo e spettacolo e di cui qui sotto proverò a riassumerne la storia.

Il contesto nazionale

A partire dagli anni ’30, il calcio argentino conobbe una notevole ascesa, culminata con la vittoria della nazionale argentina nella Coppa del Mondo FIFA del 1930, svoltasi in Uruguay. La squadra, guidata dal leggendario allenatore José Lago Millas, superò avversari temibili come la Jugoslavia e la Francia, prima di sconfiggere l’Uruguay in un’avvincente finale. 

A livello di club, invece, il Boca Juniors emerse come forza dominante del fùtbol sudamericano. Con giocatori come Francisco Varallo e Roberto Cherro, il Boca vinse numerosi titoli nazionali e si è affermò come una delle squadre più temibili dell’intero continente. In quegli anni la rivalità con il River Plate raggiunse livelli epici, dando vita al famoso “Superclásico”. Nei primi anni della nuova decade il Boca e il River di divisero equamente i titoli nazionali: i Xeneizes vinsero i campionati del 1940, 1943 e 1944, mentre i Millonarios trionfarono nel 1941, 1942 e 1945. 

L'esigenza e la sfida costante stimolarono il gioco di entrambe le squadre e le elevarono ad uno dei migliori livelli della loro storia.

Gli anni ’40 portarono ulteriori successi al calcio argentino anche nel panorama mondiale. Nel 1942, la Nazionale conquistò la Coppa America, dimostrando la sua supremazia nel continente. Furono anni d’oro per il fùtbol albiceleste, come certificò con le sue parole il famoso giornalista sportivo Dante Panzeri:

"Il miglior fùtbol che si è visto in questo Paese si è sviluppato in quegli anni."

Figlia di un processo

L’apparizione de “La Máquina” è stato uno dei più grandi eventi nell’evoluzione del fùtbol durante il ventesimo secolo. Per la sua esplosione furono necessari una serie di eventi il cui inizio è riconducibile esattamente dieci anni prima della vera e propria nascita di quell’incredibile squadra.

Siamo nel 1931 quando il River Plate decise di sborsare l’allora altissima cifra di 10.000 pesos per acquistare dallo Sportivo Buenos Aires, l’ala destra Carlos Peucelle. Quando arrivò aveva già conquistato con la seleccion argentina il Campionato Sudamericano del 1929, prima di disputare la finale di Coppa del Mondo del 1930 in cui segnò il gol del momentaneo 1-1 (partita che terminerà poi 4-2 per l’Uruguay). Peucelle fu per il River Plate un calciatore fondamentale, in grado di giocare in tutte le posizioni d’attacco e diventando uno dei primi giocatori polifunzionali del calcio argentino, capace di rompere gli schemi del giocatore tipo dell’epoca e creare uno stile di gioco tutto suo. Soprannominato “Barullo” (tradotto letteralmente, rumore) per via del suo modo di giocare, correndo per tutto il campo e sollevando continue nuvole di polvere per tutto il campo (allora i manti erbosi non erano propriamente come quello di Wembley…) fu un vero e proprio giocatore box-to-box, in grado sia di attaccare che di far sentire la sua presenza in fase difensiva.

L’apporto di Peucelle andò molto più in la del suo rendimento sportivo. Fu grazie a lui infatti se, sempre nel 1931, arrivò ai Millionarios anche Fèlix Rondàn, da lui definito come “il più grande allenatore di categorie giovanili che abbia mai conosciuto”. Esteta del buon calcio, Peucelle propose al club di sfruttare le conoscenze e le abilità di Rondán nel praticare un calcio pulito, proattivo, basato sulla tecnica e sull’esaltazione del collettivo e fu così che venne incaricato dalla dirigenza di potenziare le categorie giovanili del River. Rondàn creò nel 1933 la “quarta divisione”, un vivaio da cui fiorirono giocatori di grandissima caratura tecnica e la cui eredità si manifestò anni più tardi, quando giocatori formati nel settore giovanile popolarono La Màquina: Vaghi, Yàcono, Ramos, Moreno, Labruna, Pedernera, Munoz, Loustau, Deambrosi. Tutti figli di Felix Roldàn.

Carlos Peucelle

Tuttavia, durante i loro anni in età formativa raramente vincevano campionati. C’è infatti un famoso aneddoto che narra di come Rondàn apparisse spesso euforico dopo le partite e dicesse a Peucelle frasi del tipo:  “Ieri i ragazzini hanno giocato. Sono uscito con la pancia piena di buon calcio. Che ballo, che milonga (tipo di danza argentina)”. 

Ma alla domanda riguardante il risultato finale della partita, la risposta era spesso spiazzante: “Eh, abbiamo perso 1-0. Ma che ballo che abbiamo avuto…”

Quei campionati nelle divisioni inferiori erano fondati sul gioco, o per essere ancora più precisi, sui ragazzi che miglioravano individualmente attraverso il buon gioco. Peucelle era affascinato da questo lavoro pedagogico perché ne conosceva i risultati in prima persona. Aveva innumerevoli prove dell’efficacia del lavoro di Roldán poiché durante la sua consulenza a livello giovanile per altri club come il Futbol San Telmo o lo Sportivo Buenos Aires, aveva scoperto talenti come Bonifacio Martìn, Cilento, Arcadio Lopez o lo stesso Peucelle, che non era mai stato considerato un campione nemmeno nelle squadre giovanili. La preziosa lezione che “Barullo” Peucelle imparò da quell’allenatore bohémien fu quella della pazienza. I risultati sportivi, i soldi e il successo saranno una conseguenza dell’aver formato un buon giocatore e per questo è necessario “avere il sangue freddo sufficiente per tenere chi gioca, anche se non vince”.

Renato Cesarini, l’allenatore de La Màquina

Ai frutti del settore giovanile si unirono altri giocatori importanti provenienti dal mercato come i centrocampisti Bruno Rodolfie Josè Maria Minella, l’attaccante Roberto D’Alessandro e, qualche anno più tardi i due uruguagi Julio Barrios (portiere) e Avelino Cadilla (difensore).

Da un punto di vista tattico, invece, i due titoli consecutivi dell’Indipendiente nel campionato nazionale (1938 e 1939) convinsero la dirigenza del River ad affidare la panchina a Ferenc Plattkò, tecnico ungherese che giunse ai Millionarios con la nomea di esperto di tattico dopo essersi laureato campione di Cile con il Colo-Colo. Il nuovo allenatore impiantò subito la WM britannica come disposizione tattica, interpretando tale sistema con principi di gioco molto rigidi e difensivi che promuovevano un sistema di marcatura a uomo. Il risultato fu un fiasco tremendo: il River perse sette delle prime dodici partite di campionato, incassando 32 reti e venendo relegato nelle ultime posizioni della classifica. In pochi, forse nessuno, avrebbero potuto prevederlo, ma dal baratro di quel momento  storico per i Millionarios stava per nascere una delle migliori squadre di sempre.

A risollevare la squadra dal baratro, il 26 giugno del 1940 fu chiamato Renato Cesarini (proprio lui, quello della “zona Cesarini), fino a quel momento allenatore del settore giovanile ed alla sua prima esperienza da allenatore “fra i grandi”.

L’allenatore italoargentino possedeva un’eccellente capacità motivazionale sviluppata anche negli anni trascorsi in Italia, alla Juventus, sotto la guida di Vittoria Pozzo. Come prima cosa Cesarini si dedicò ad organizzare la fase difensiva disponendo tre difensori e due mediani. La rigida WM del tecnico ungherese fece spazio ad un nuovo sistema di gioco, il 3-2-5 che molti dei giocatori di quella squadra già conoscevano per averlo giocato negli anni precedenti nelle categorie di formazione del club. Fu la svolta.

Nel girone di ritorno il River chiuse con 11 vittorie e 2 pareggi, risalendo la classifica fino al terzo posto finale, lontano dalla zona retrocessione nel quale si era trovato alla fine del girone d’andata, ma molti distante anche dagli eterni rivali del Boca Juniors, trionfatori del campionato. Tuttavia quello era solo il primo piccolo passo, un’esperienza che servì a Cesarini per consolidarsi come allenatore e certificare il suo 3-2-5 come il vestito ideale per la squadra.

Renato Cesarini

Dopo aver salvato con dignità la stagione 1940, Cesarini iniziò la stagione 1941 con la convinzione tattica data dal 3-2-5 ma con innumerevoli dubbi per quanto riguardava la composizione della linea degli attaccanti. Durante lo sprint dell’anno precedente aveva continuamente alternato le posizioni dei suoi attaccanti, non riuscendo a trovare, nelle sue convinzioni, il bandolo della matassa. Pedernera e Moreno formavano il lato destro dell’attacco, ruolo in cui veniva però talvolta impiegato anche Deambrosi, il che produceva spostamenti sull’asse di sinistra dove con Labruna veniva impiegato lo stesso Pedernera. In ogni caso, però, la certezza era raffigurata dall’attaccante centrale, che era sempre Roberto D’Alessandro. 

All’inizio del campionato 1941, Cesarini, rilegò Pedernera in panchina a favore di Peucelle – sempre lui – e D’Alessandro per il nuovo acquisto Rivero. Dopo cinque giornate, però, il bilancio era del tutto negativo: 1 vittoria, 1 pareggio e 3 sconfitte. Juan Carlos Munoz, futuro esterno destro de La Maquina dirà che a quell’epoca “tutto era instabile e irregolare. Sembrava impossibile vedere la stessa formazione per due partite di fila. C’erano molti cambi e questo destabilizzavano indubbiamente il nostro funzionamento. Cesarini aveva un grande problema: aveva talmente tanti giocatori di livello in squadra che ogni settimana gli costava doverne lasciare diversi fuori dalla formazione titolare.”

Come nacque La Màquina

A partire dalla sesta giornata Cesarini decise di dare una certa stabilità alla squadra schierando sempre un quintetto di attaccanti formato da Peucelle e Moreno sul lato destro, Labruna e Deambrosi su quello sinistro e D’Alessandro come attaccante centrale. Pedernera, il futuro uomo chiave de La Maquina, venne rilegato in panchina e le cinque partite giocate con questa formazione fruttarono cinque ampie vittorie (17 gol segnati e 6 subiti). Cesarini aveva trovato l’armonia per poter lottare per la vittoria del campionato, tuttavia un’infortunio di D’Alessandro ruppe quell’equilibrio.

L’attaccante era arrivato al River nel 1939 e fino a quel momento aveva tenuto un’ottima media gol, 0,89 reti a partita, attirandosi però qualche critica anche dai propri compagni, tra cui Pedernera che racconterà infatti di come Cesarini e Peucelle erano soliti confrontarsi molto sui temi inerenti la squadra e che quest’ultimo suggerì al tecnico di far giocare lo stesso Pedernera come riferimento centrale dell’attacco al posto del titolare D’Alessandro. L’argomento principale di Peucelle risiedeva nello stile considerato troppo egoista di D’Alessandro, reo a suo dire di giocare pensando unicamente al suo impegno personale per trovare il gol:

"Con D'Alessandro in squadra tutti devono giocare per lui. Adolfo (Pedernera) invece, fa giocare tutti quanti."

Cesarini accettò il consiglio del suo giocatore e l’ 1 di giugno del 1941, contro l’Indipendiente, Pedernera fece il suo debutto come attaccante centrale del River Plate, accompagnato a destra da Peucelle e Moreno e a sinistra da Labruna e Deambrosi. Moreno fece passare in vantaggio il River al minuto venti, ma al quarantesimo l’Indipendiente pareggiò. Fu proprio Pedernera al minuto 68 a regalare ai suoi la vittoria. “Segnai un gol, ma non giocai bene.” ricorderà lui tempo dopo. E infatti, la settimana seguente Pedernera tornò in panchina mentre D’Alessandro, nel frattempo ripresosi dall’infortunio, riprese il suo posto al centro d’attacco. 

Lo scetticismo di Cesarini nei confronti di Pedernera si confermò nel seguente mese di luglio, quando l’allenatore dovette prendere altre decisioni forzate  da un nuovo infortunio di D’Alessandro. Non fu infatti Pedernera a sostituirlo, ma Rivero, che disputò le sue ultime due partite con il River e, dopo di lui, Roberto Aballay, un nuovo acquisto. Il recupero di D’Alessandro coincise con il – non ufficiale – ritiro dal calcio giocato di Peucelle, che da quel momento al termine del campionato giocherà solamente l’ultima partita del torneo – e il suo posto fu preso da Juan Carlos Munoz. Durante le successive sei partite Cesarini schierò lo stesso quintetto di attaccanti, Munoz, Moreno, D’Alessandro, Labruna e Pedernera, ma durante la partita contro il Rosario Central, l’attaccante centrale ebbe una nuova ricaduta e Cesarini dovette ancora una volta dipanare il perenne dubbio su quale fosse l’opzione migliore per sostituirlo. 

In quel periodo Cesarini iniziò ad essere chiamato con il nomignolo “el Legañoso” (il cisposo, che ha la cispa – o le fette di prosciutto, diremmo noi – negli occhi), un epiteto che gli venne affibbiato perchè a detta di molti non riusciva a vedere la soluzione più ovvia al problema. Fu ancora una volta l’intervento di Peucelle, in virtù del sempre più incrementato rapporto con il suo allenatore, ad influenzare le scelte del tecnico: 

"Metti Adolfo, che con lui funziona tutto."

E cosi fu. 

Quel giorno, era il 21 settembre 1941, Pedernera segnò una tripletta nel 4-0 del River ad Avellaneda, il River con quella vittoria conquistò la vetta della classifica e Pedernera non fu mai più tolto dalla posizione centrale del quintetto offensivo. Nelle successive cinque partite del campionato, le ultime del calendario, il River vince 4-0 sul Lanùs, pareggiò 1-1 sul difficile campo del San Lorenzo, e vinse 2-0 in casa del Tigre. Con due punti di vantaggio in classifica sul San Lorenzo il River ricevette alla penultima di campionato gli acerrimi rivali del Boca Juniors. Los Millionarios schiantarono i propri avversari per 5-1 con reti di Labruna, Moreno, Pedernera e una doppietta di Deambrosi. 

Quel pomeriggio il giornalista Josè Gabriel redasse una cronaca della partita per il giornale Critica e nel suo articolo scrisse che gli attaccanti del River sembravano una “Maquinita.” Il soprannome era servito.

Adolfo Pedernera

All’ultima giornata di campionato il vantaggio in classifica era rimasto tuttavia invariato. Per trionfare bisognava battere l’Estudiantes fuori casa, a La Plata. 

In quella partita Cesarini dovette far fronte ad un nuovo problema: Deambrosi, il laterale sinistro della squadra si infortunò e, seppur Peucelle propose all’allenatore di schierare dal primo minuto Felix Loustau, un giovane del settore giovanile, Pedernera spinse affinchè fosse lo stesso Peucelle a giocare titolare. Quella infatti, oltre ad essere la partita decisiva per il titolo era anche l’ultima partita della carriera dell’esterno del River, che da li a poco si sarebbe ritirato dal calcio. 

Fu il Barullo a vincere il ballottaggio e il 26 ottobre del 1941 Peucelle giocò la sua ultima partita da calciatore trionfando per 3-1. Con quattro punti di vantaggio il River Plate non solo tornò a vincere il titolo nazionale, ma incominciò a praticare il “gioco del River”.

Era nata La Màquina.

Come giocava La Màquina

Il gran River degli anni ’40 iniziò ad essere costruito dall’organizzazione difensiva che Cesarini diede alla sua squadra una volta subentrato al suo predecessore, anche se fu la coordinazione del suo attacco ciò che diede realmente impulso a La Màquina e, soprattutto, la convinzione di Peucelle che il successo si sarebbe potuto ottenere partendo dalla ricerca del gioco collettivo.

Fu questo sentimento di solidarietà collettiva l’autentica fondamenta de La Màquina. Fu lo stesso Peucelle a dire che 

"una buona squadra si basa su valori che producono un funzionamento del collettivo. Senza valori non c'è squadra. Questi a volte si ottengono, altre volte si producono casualmente, altre ancora è più difficile ottenerle. Tutto dipende dai giocatori e dal materiale umano che si deve coordinare."

Quel River attaccava con una struttura a ventaglio, con Pedernera al centro con funzioni di falso nove e Moreno molto vicino, anche lui in posizione arretrata, sul centro destra. Labruna agiva da mezzo sinistro agendo più vicino alla porta avversaria, mentre Munoz e Loustau – che da giovane del settore giovanile divenne il quinto elemento dell’attacco de La Màquina – stavano sugli esterni garantendo massima ampiezza al fronte offensivo per offrire maggior spazio ai compagni in posizione più centrale.

 

Le principali caratteristiche della linea offensiva di quel River furono le seguenti: 

  • L’attacco iniziava da posizione centrale del campo.
  • Pedernera e Moreno erano gli attaccanti più arretrati e i primi dalla quale lo sviluppo offensiva aveva inizio, attraverso molte giocate combinate fra i due.
  • La struttura del fronte offensivo era, come detto, quella di ventaglio ma “irregolare”: da sinistra a destra, si trovava un giocatore in massima ampiezza, uno accanto a lui in posizione centrale vicino all’area avversaria, un falso nove arretrato, un mezzo destro anche lui piuttosto arretrato che lasciava uno spazio vuoto ed attaccabile con movimenti senza palla ed un esterno alto di destra in ampiezza.
  • L’attacco alla linea difensiva iniziava per mezzo di uno sviluppo centrale, come manovra di inganno. Se i difensori avversari uscivano per contrastare Pedernera e Moreno in posizione centrale ed arretrata, Labruna era pronto e libero per ricevere nello spazio vuoto che si veniva a creare alle loro spalle.
  • Se al contrario i difensori non abbandonavano la loro posizione centrale, Pedernera allargava il gioco verso gli esterni affinchè attaccassero la profondità fino alla linea di fondo.
  • Gli esterni erano i giocatori più avanzati del ventaglio offensivo, oltre che quelli in posizione più larga.
  • Le linee di passaggio di Pedernera e Munoz erano per lo più corte, rasoterra e in diagonale negli spazi liberi alle spalle della linea difensiva avversaria.
  • Munoz, forte delle sue qualità nell’uno contro uno, era solito puntare e saltare l’uomo in dribbling attaccando la linea di fondo per poi giocare palla al centro dell’area di rigore con quelli che oggi chiameremmo cut back, ossia passaggi indirizzati all’indietro. 
  • Loustau utilizzava la sua gran velocità per superare i suoi avversari e giocare poi palloni verso il centro dell’area che a differenza di quelli di Munoz risultavano più forti e paralleli alla linea di fondo, cercando il contatto con la palla di uno degli uomini dentro l’area di rigore.
  • In fase di finalizzazione si trovavano sempre almeno tre giocatori dentro l’area di rigore avversaria. 
  • Lo scaglionamento dei tre giocatori centrali dell’attacco propiziava la destrutturazione della difesa avversaria. Le posizioni venivano costantemente mantenute mentre cambiava piuttosto spesso il giocatore che le occupava.
La formazione de La Màquina del 1941

Il modulo base de La Màquina era il 3-2-5, tre difensori, due centrocampisti centrali e cinque attaccanti. Tuttavia, secondo lo spazio di fase in cui si trovava il gioco, il modulo si modifica in maniera piuttosto fluida. 

In fase di non possesso il River incrementava il numero dei propri difensori grazie all’incontenibile capacità fisica e di corsa dei propri esterni, in grado di retrocedere la loro posizione con velocità sulla linea dei difensori (Loustau) e dei centrocampisti (Moreno), formando una sorta di 4-3-1-2 in grado di diventare un 4-4-2 con l’inserimento in linea mediana di Pedernera.

Recuperato il possesso gli esterni riprendevano le loro posizioni, mentre Pedernera e Moreno offrivano supporto ai due mediani per la costruzione della manovra offensiva. Il River in quel momento si schierava con un 3-2-2-3, una struttura che ricordava la WM di Chapman pur con principi totalmente differenti. Una volta che la manovra fluiva e l’attacco alla linea veniva organizzato, lo schieramento del River era più simile ad un 3-2-1-4, con Pedernera rifinitore. Durante la finalizzazione invece la disposizione era il famoso 3-2-5, talvolta addirittura 2-2-6 grazie agli inserimenti di Josè Ramos.

Questa duttilità di gioco esigeva una gran comprensione tattica, qualità tecnica e una grande condizione atletica. Alternare con costanza momenti di difesa esaustiva con altri di attacco immediato poteva avvenire solamente attraverso un’armonica combinazione di profili e caratteristiche complementari come quelle di Pedernera, Munoz, Loustau, Moreno e Labruna. Fu così che nacque quello che divenne il celebre motto di quella squadra “uno esce, l’altro entra; tutti attaccano, tutti difendono”.

I numeri de La Màquina

Come è accaduto diverse volte nel corso della storia alle grandi squadre che generavano un grosse volume di gioco e abbondanti occasioni pericolosi, anche La Màquina talvolta faticava a trovare la via del gol. Il motivo era molto semplice: una volta che la pericolosità offensiva del River divenne conosciuta, le squadre che lo affrontavano giocavano più per difendere che non per attaccare. A posteriori Peucelle ricordò che 

"Tutti contro il River giocavano sulla difensiva. Nei novanta minuti di partita noi avevamo il possesso per ottanta, giocando molto per via esterne per eludere le difese avversarie. Era molto difficile fare gol."

Il ciclo de La Màquina durò 157 partite, dal debutto di Pedernera come riferimento centrale fino al suo ritiro, per infortunio, nel 1946. Cinque anni e mezzo, 157 partite, 99 vittorie, 36 pareggi e 22 sconfitte, con 367 gol segnati (media di 2,33 a partita) e 190 subiti (1,21 a partita). Il River vinse tre campionati nazionali su sei e in una sola occasione conclusero il torneo con il miglior attacco del torneo (72 gol nel 1942), anche se, al contrario, per cinque volte su sei furono la miglior difesa. 

Labruna e Pedernera furono i singoli che ottennero i maggiori numeri: il primo giocò 155 partite segnando 112 gol; il secondo disputò 150 incontri con 79 reti. Dietro di loro si distinsero anche i due esterni titolari. Loustau giocò 125 partite con 39 gol, Munoz 118 con 31 realizzazioni. Deambrosi, che suppliva alle loro assenze terminò il ciclo vincente di quel River con 81 incontri disputati e 25 gol. Moreno fu invece il meno presente dei cinque attaccanti de La Màquina, con 98 partite e 43 gol prima del suo trasferimento al Real Club España, in Messico.

Nessuna cifra e nessuna statistica possono tuttavia riassumere l’impatto che La Màquina ebbe sul gioco. Come scrisse negli anni successivi il giornalista Dante Panzeri infatti…

"Mai una scuola argentina come quella del River ha prodotto, nel Paese e fuori, un piacere e un prestigio simile ad uno stile di gioco. In questo aspetto il River è ciò di più trascendentale che il fùtbol argentino ha avuto in tutta la sua storia. Nessuno ha mai raggiunto la dimensione filosoficamente innovativa del River '41-'46."