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Ange Postecoglou. Convinzioni e approccio di un manager d’èlite.

Dopo la vittoria ad inizio campionato per 2-0 del Tottenham sul Bournemouth, ad Ange Postecoglou è stato chiesto dell’uso da parte della sua squadra di terzini invertiti.

“Ho appena copiato Pep, amico”, ha scherzato l’australiano.

La settimana precedente, Gary Neville aveva suggerito che Postecoglou stesse scimmiottando tattiche che solo Pep Guardiola e il Manchester City potevano davvero padroneggiare. Questi commenti avranno particolarmente infastidito il 58enne, perché da molti anni parla di “liberare i giocatori dai vincoli posizionali” e nel suo credo calcistico, il copia-incolla non è ammesso dai suoi principi morali come persona, prima ancora che allenatore. 

Tutto questo probabilmente Neville non poteva saperlo perchè prima che venisse ingaggiato alla guida del Tottenham, Postecoglou era un semisconosciuto nel panorama d’èlite europeo, nonostante durante le sue esperienze in Australia, Giappone e Scozia la sua bacheca di trofei recitasse quattro vittorie del campionato australiano, una in quello giapponese, due in Scozia impreziosite da due vittorie in Coppa di Lega ed una in quella di Scozia e, per finire, una Coppa d’Asia con la nazionale australiana.

O forse, meglio dire, ad essere semisconosciuto era il suo credo, la sua filosofia e i suoi principi. In questo estratto del webinar organizzato da Ed Sulley per la serie High Performance Workflows nell’aprile 2020 e riportato dal fantastico sito inglese Training Ground Guru di Simon Austin, che ringrazio per l’autorizzazione alla traduzione, ritroviamo il ritratto più rivelatore dell’attuale manager del Tottenham.

In queste righe si riportano le convinzioni, il background e la filosofia che lo stesso allenatore australiano ha svelato nel video che riporto integralmente sotto ai tempi in cui era allenatore dello Yokohama Marinos. 

1. La radice di tutto

“Mio padre lavorava molto duramente. Prima che mi alzassi per fare colazione lui era già al lavoro. Di notte, entrava, cenava in fretta, si sedeva sul divano e si addormentava.

Da ragazzino ho spesso cercato una connessione con mio padre e il fine settimana era il momento giusto. Andavamo al nostro club locale, il South Melbourne, che era un club formato da immigrati con un comune background di origine greca, a guardare le partite e quelle domeniche di calcio sono diventate per me qualcosa di speciale.

Mio padre, che conoscevo come un certo tipo di persona durante la settimana – e ad essere onesti non era divertente stargli intorno, perché era sempre stanco e lavorava sodo – prendeva vita. Attraversava quei cancelli, socializzava con tutti, si entusiasmava molto per l’arbitro, l’allenatore e il calcio, e io non lasciavo mai il suo fianco.

La domenica è sempre stata una giornata davvero preziosa per me. Ho anche ricordi molto nitidi e vividi di quando mi svegliavo nel cuore della notte sapendo che c’era una partita di calcio in televisione che voleva che guardassi con lui. Sembrava che fossimo le uniche due persone in tutto il mondo a guardare partite che si svolgevano dall’altra parte del globo.

Per me è stato prezioso, perché mi ha avvicinato a mio padre. Gli piaceva molto guardare calciatori bravi tecnicamente, in grado di intrattenere. Tutto è iniziato nei primi anni ’70. Amava Leeds, gente come Eddie Gray e Peter Lorimer. E nel 1974, la prima Coppa del Mondo che ricordo, continuava a parlare di Johan Cruyff e degli olandesi.”

"Nella prima metà degli anni '70 ho iniziato a seguire il Liverpool, perché il calcio che giocavano entusiasmava anche mio padre. Erano una squadra basata sul possesso palla. Tutto ciò ha influenzato il tipo di calcio che mi piaceva e questo mi è rimasto impresso."

“Ho davvero faticato nella mia carriera da giocatore perché non potevo essere il giocatore che avrebbe entusiasmato mio padre. Ero un difensore e abbastanza limitato nelle mie capacità tecniche.

Mio padre è morto un paio di anni fa, ma quando giocano le mie squadre faccio ancora finta che lui sia in tribuna a guardare e mi chiedo “si starebbe divertendo a guardare la mia squadra”? Questa è sempre stata la radice di tutto ciò che ho fatto.”

"Non posso cambiare, perché il punto di partenza è più potente di qualsiasi sfida che riceverò dall'esterno, dai proprietari, dai media o dai sostenitori che mettono in discussione le mie convinzioni. Sono principi così radicati che non potranno mai cambiare."

2. Capire l’allenatore che vuoi essere

"La filosofia come allenatore deve venire da qualcosa dentro di ognuno di noi. Deve riflettere chi sei come persona."

“Non esiste una filosofia che definisce il successo. Non mi dirai che sposterai Diego Simeone da quello in cui crede, o Jurgen Klopp o Pep Guardiola.

Le convinzioni degli allenatori partono da qualcosa di più di qualcosa che hanno visto o imparato: è qualcosa dentro di loro. Quindi la prima cosa è capire chi sei come persona e capire l’allenatore che vuoi essere. Allora troverai la filosofia e il sistema che fa per te.

Quando entri in uno spogliatoio e parli con un gruppo di persone, sono tutti in grado di comprendere chi è genuino e chi invece sta imitando qualcun altro. I giocatori metteranno alla prova te e le tue convinzioni. Se quello che stai dicendo non viene da te, dal tuo profondo, allora inciamperai e finirai per dubitare di te stesso.

Se dici ‘Voglio giocare come Pep Guardiola’ ma la tua anima interiore è più simile a quella di Diego Simeone, allora a un certo punto ci sarà una disconnessione, perché quando sarai sotto pressione, ed inevitabilmente succederà, allora tornerai a quello che sei.

Io sono stato fortunato, perché la mia filosofia è nata quando avevo cinque anni e tenevo la mano di mio padre mentre stavamo guardando partite di calcio. Questo non potrà essere mai essere cambiato, fino all’ultimo giorno in cui smetterò di allenare.”

3. Uno scopo più grande della semplice vittoria

“Se si scava dentro la storia degli allenatori di maggior successo, si potrà vedere come non si tratta solo di vincere. La maggior parte delle persone vuole far parte di qualcosa di più potente che dire: “Vogliamo vincere questo fine settimana”. Ogni squadra del mondo vuole vincere. Non è questo che ti distingue, non è questo che motiverà i tuoi giocatori e il tuo staff a venire al lavoro il giorno dopo.

Quel ciclo infinito di voler solo vincere ti logorerà. Devi far credere ai giocatori di far parte di qualcosa di speciale, qualcosa di più potente della semplice vittoria.

Per noi, la nostra utopia è giocare il tipo di calcio che porta i nostri tifosi a non sedersi per 90 minuti. Quando si lotta per qualcosa del genere, penso che le persone siano motivate a lavorare e ad aspettare con impazienza quel fermento che è più importante della vittoria.”

"Perché a volte si può vincere e non sapere davvero perché si è vinto. Ovunque ho allenato ho cercato di essere all'avanguardia. Dobbiamo rispettare ciò che l'avversario porta in campo, ma non permetteremo mai che ci allontanino da ciò che vogliamo fare."

4. Filosofia di gioco

“Mi piace pensare di avere le idee abbastanza chiare su come voglio che ci alleniamo e giochiamo.”

"Ci sono convinzioni fondamentali che sono state presenti fin dal primo giorno della mia carriera di allenatore. Alcune cose non sono negoziabili e la prima è che voglio che le mie squadre abbiano la palla. Ma non si tratta solo di possesso, perché se teniamo la palla senza un vero scopo non avremo successo o non saremo entusiasmanti."

“Alla fine, si tratta di segnare gol, che è ciò che mi emoziona più di ogni altra cosa. Ogni stagione voglio che la mia squadra segni più gol di chiunque altro. Dobbiamo avere la palla per poter giocare il calcio che voglio e segnare i gol, quindi tutto è orientato intorno a questo. Vincere 4-3 è più emozionante che vincere 1-0. Più gol segniamo, più sono felice del calcio che stiamo giocando.

Devo essere in grado di convincere tutti a crederci. Se vogliamo avere la palla, non vogliamo metterla in una posizione in cui è una gara da 50-50. La maggior parte delle volte si parte da come possiamo giocare da dietro. Non si tratta di andare avanti senza motivo, si tratta di cercare spazio e creare spazio in modo da poter andare avanti con uno scopo. Siamo costantemente alla ricerca di angoli e spazi e di entrare in un’area in cui possiamo attaccare l’avversario.

Vogliamo essere in grado di farlo costantemente, anche sotto pressione estrema.

E il nostro lavoro difensivo non si allontana dal nostro credo fondamentale: siamo una squadra che vuole avere la palla. Non credo che ci sia un giocatore a cui piaccia davvero inseguire la palla troppo a lungo. Da bambini, a tutti noi piace avere la palla tra i piedi.

Come allenatore, quando guardo la partita, non mi sento a mio agio quando gli avversari hanno la palla. Tutto il nostro assetto difensivo è: ‘Riprendiamoci la palla il più velocemente possibile’.

Gran parte di questo è pressione immediata dopo aver perso palla, pressione alta in campo lontano dalla porta. Se lo riconquistiamo lì, il beneficio è enorme. Questo riduce anche al minimo le opportunità che gli avversari hanno di poterci far male.

A volte questo atteggiamento ci porta a subire più gol di quanti ne potremmo prendere con un atteggiamento diverso. Se siamo in vantaggio per 2-0 noi proviamo a segnare un terzo, un quarto o un quinto. Non ci preoccupiamo più di tanto di mantenere la porta inviolata.

Ci vuole un certo tipo di personalità per abbracciare questo tipo di pensiero. Se non sei audace nel tuo approccio o non sei disposto ad essere coraggioso, non ti adatterai mai a questo. Se sei un conservatore per natura sarà molto difficile convincere i giocatori a giocare in questo modo.

Io voglio essere aggressivo, coraggioso ed offensivo e tutto ciò che facciamo come squadra si lega a questo. Per giocare il nostro tipo di calcio devi lavorare sodo e giocare a un certo ritmo e velocità, quindi prepariamo i nostri giocatori a giocare sempre a questo ritmo.”

5. Responsabilizzare i giocatori e lo staff

“Fare coaching oggi non significa dire alle persone cosa fare. Se vuoi davvero avere successo devi far credere le persone, in modo che prendano la decisione da sole.

Non faccio micro management. Non sto in posizione sopraelevata rispetto allo staff a guardare quello che fanno. Voglio che i giocatori e tutti gli allenatori decidano di lavorare e giocare in questo modo.”

"È molto facile dire alle persone cosa fare. La maggior parte di essi lo faranno. Ma se riesci a convincere qualcuno a credere in qualcosa e a decidere di farlo in quel modo, è davvero potente."

“I giocatori esperti tendono a conoscere le insidie del calcio e della vita, quindi convincerli a fare qualcosa di rischioso può richiedere più tempo. I giovani giocatori tendono ad essere spugne e non conoscono le insidie, quindi mi è sempre piaciuto avere un’enfasi sulla giovinezza.

Mi entusiasma lo sviluppo dei giovani giocatori e non penso che siano dannosi per avere successo.

Tendiamo a concentrarci sui giocatori, ma credo che lo sviluppo dello staff intorno a me sia altrettanto importante. Ho sempre lavorato con personale diverso, non sono la persona che porta con me un intero staff.”

"Questa è la mia sfida: se voglio avere longevità in questo gioco, devo assicurarmi che il mio messaggio sia sempre rilevante."

“Avere a che fare sempre con persone diverse, mi costringe a rendere quel messaggio rilevante per la nuova persona che entra nel mio staff. Ho sempre puntato su ragazzi giovani e intelligenti e sono orgoglioso nel vederli crescere.

È una decisione coraggiosa quella di coinvolgere qualcuno con cui non hai mai lavorato prima quando hai già successo. Non voglio prendere una decisione sicura o conosciuta. Se conosco già la risposta a una domanda, non mi entusiasma molto.

Coinvolgere persone da cui potrei essere sfidato è invece fantastico per me.”

6. Allenare il futuro

"Alleno sempre guardando al futuro. Voglio fare quello che nessuno sta facendo in questo momento. Il gioco è in continua evoluzione."

“Le persone tendono a seguire le tendenze. La mia filosofia è che preferirei andare oltre a questo. Se il Liverpool sta dominando con quel ritmo incredibile in questo momento, allora come verrà superato?

Allo stesso modo in cui la gente guardava il Barcellona di Pep e si chiedeva: “Come faremo a fermare questo colosso?” e se ne usciva con questo incredibile contro-pressing.

Questo è il bello del gioco.

"La mia utopia è ancora quella del 1974 e di quel calcio totale. Più riesco a liberare i giocatori dai vincoli di posizione, più divento felice, ma più diventa folle."

“Posso fare in modo che i giocatori non pensino come se fossero difensori, centrocampisti o attaccanti e possiamo rendere il nostro gioco ancora più fluido?

Perché un giocatore non dirà: ‘Sono un difensore centrale, devo essere in quest’area’, vedrà che c’è spazio libero e andrà lì e qualcun altro ricoprirà quel ruolo.

Penso che questo sia il punto in cui il gioco andrà ad un certo punto. Non ho mai rivisto il mio successo. Non vedo l’ora di vedere cosa possiamo fare meglio.”