TEMPO DI LETTURA 9 MIN.

A lezione di leadership: intervista a Maurizia Cacciatori

Che abbia qualcosa di diverso me ne sono reso conto subito, dal suo primo messaggio ricevuto. Sarà per quella disponibilità che non ti aspetti da chi ha vinto praticamente tutto nella sua carriera, sia a livello collettivo che individuale, o dal modo di rapportarsi che ricorda più quello dell’amica di tutti i giorni che di una stella della pallavolo con cui stai parlando per la prima volta in vita tua.

Non stupisce dunque che, leggendo la sua autobiografia “Senza rete”, il concetto di “empatia” occupa uno dei punti fondamentali del libro. Maurizia Cacciatori, 4 campionati italiani, 1 spagnolo, 4 Coppe Italia, 1 Coppa della Regina, 3 Supercoppe Italiane, 3 Champions League, Medaglia d’Oro ai Giochi del Mediterraneo e il titolo di miglior palleggiatrice del mondo ai Mondiali in Giappone nel 1998, ha dovuto fare dell’empatia una virtù durante i suoi anni da giocatrice di pallavolo, e ne ha fatto la sua professione al termine della sua carriera, ora che si occupa di consulenze aziendali.

In un’ora di intervista Maurizia Cacciatori si è messa a disposizione di AreaCoach.it, raccontando la sua carriera, le sue esperienze, il suo mondo.

Maurizia, qual è l’eredità più grande che lasciano nella vita quotidiana venti anni di carriera giocata ai massimi livelli?

Oh…! (sorride) Iniziamo con una domanda che mi piace molto. Come dico sempre, in casa mia non ho trofei, coppe o medaglie esposti e non perché non gli dia valore, ma perché oggi sono madre di due bambini e ritengo che loro non debbano guardare a ciò che la loro mamma ha fatto e ha vinto in passato.

Loro sanno che ho avuto una bellissima carriera, che sono stata la capitana della nazionale, ma sanno soprattutto che nella vita dovranno avere lo stesso coraggio che ha mostrato la loro mamma quando ha dovuto prendere decisioni da molto giovane e andar via di casa a 15 anni per diventare una giocatrice di pallavolo.

Noi siamo le decisioni che prendiamo

Penso che l’eredità che ho ricevuto va oltre ai trofei e i premi individuali, che sono stati tantissimi. Si tratta del saper condividere, del saper collaborare, allenare l’empatia e la capacità del sapere stare insieme a compagne di personalità, lingua e cultura differente.

Le squadre vincenti non nascono mai per caso, ma nascono quando ci sono obiettivi chiari e quando c’è la consapevolezza di sapere con chi e come stiamo lavorando.

Maurizia Cacciatori, in un frame della video intervista

Nel tuo libro ci sono alcuni concetti che vengono ripetuti e sottolineati più volte: uno di questi è proprio quello dell’empatia. C’è un passaggio in particolare che mi ha fatto sorridere e riflettere: <>.

La pallavolo è uno sport in cui ci si allena molto. Con la nazionale poi ancor di più. Il campionato termina a maggio, e da maggio a settembre si è con la selezione azzurra in cui si vive in una sorta di “lock down”, parola purtroppo molto di moda adesso, e questa convivenza forzata, a così tanto stretto contatto e per così tanto tempo, è tosta a livello emotivo.

Anche perché, al contrario di molte favole che vengono raccontate, non è vero che le squadre sono sempre delle famiglie in cui tutti si vogliono bene.

Quello che fa la differenza in questi casi è l’obiettivo. Se quello è comune allora si può lottare anche insieme a persone con cui non passeresti nemmeno un minuto fuori dalla squadra.

Nella tua carriera, prima da giocatrice e ora da consulente aziendale, ti sarà capitato di trovare allenatori o dirigenti in grado di non creare empatia.

Quale è il rischio più grande che si corre quando non si è in grado di crearla?

Sicuramente mi è successo molte volte.

Il mio più grande timore in questi casi è sempre quello di trovarmi davanti a persone che non pensano.

Un allenatore o un dirigente, può anche avere mille conflitti con i propri giocatori o dipendenti, ma se poi tutti vogliono la stessa cosa, in un modo o nell’altro la strada, ragionando, si trova.

Se però chi deve prendere decisioni non pensa ed è lontano da questo concetto, si perdono non solo partite ma anche percorsi di vita, rapporti.

Nella mia carriera ho avuto squadre fortissime che però non avevano questa mentalità nel DNA e proprio per questo motivo non hanno vinto nulla.

Un altro concetto riportato più volte nella tua biografia ha invece a che fare con il destino.

Tu dici che la vita è il 10% quello che ci succede e il 90% da come sappiamo gestirlo. Cosa intendi dire con questo concetto?

Quello che noi abbiamo è la nostra vita. Io ho iniziato a giocare a pallavolo nel cortile sotto casa e in questo senso mi sento molto autodidatta. In seguito ho avuto la fortuna di incontrare sulla mia strada un grande allenatore, Giuseppe Giannetti, e da quel momento ho iniziato il mio percorso formativo da professionista, a 16 anni. Questo per dirti che quello che io avevo in quel momento era un 10% quello che io avevo scelto, mentre il restante 90% era tutto da sviluppare, e non avevo nessuna esperienza per farlo. Mi trovavo in un club con atlete che avevano vinto Mondiali e Olimpiadi mentre io al massimo avevo vinto il Trofeo Topolino a Montalcino.

Capii velocemente che dovevo lavorare con metodi che non conoscevo e mi adeguai per essere all’altezza delle mie compagne, senza cercare alibi.

Parlando di alibi e allenatori non si può non parlare di Julio Velasco, uno degli allenatori che hai avuto nella tua carriera. Hai parlato anche di quanto la nazionale femminile di pallavolo sia cresciuta con lui, dicendo che sotto la sua guida la vostra mentalità “da dopolavoro” è diventata invece come quella di un’azienda. Cosa ci vuole per generare un cambiamento di questo tipo?

Ti faccio i miei complimenti, anche questa domanda mi piace molto.

Il cambiamento nasce dalla volontà di capire chi siamo in quel momento e dalla capacità di capire come possiamo diventare grandi.

Quando arrivò Velasco noi eravamo una nazionale che non aveva nulla da invidiare alle cosiddette grandi del momento, Cuba, gli Stati Uniti, la Cina, la Russia.

Quello che Julio fece fu un cambio soprattutto mentale. Con lui ci allenavamo moltissimo e facevamo molti sacrifici che ci consentirono di diventare un gruppo. Prima eravamo un po’ come quei turisti che vedi spesso a Venezia, tutti in fila diligentemente a seguire il capo gruppo con l’ombrello, e che sembrano un gruppo ma che in realtà sono solo tante persone che eseguono tutte la stessa cosa. Senza contare che mancava comunicazione, intesa come comunicazione assertiva, efficace.

Velasco lavorò molto più sulla nostra testa che sui nostri bagher, voleva che noi giocatrici trovassimo proprio quella comunicazione assertiva che ci mancava.

All’inizio noi eravamo un po’ resilienti a questo nuovo approccio, dire pubblicamente alle compagne cose come <<Francesca (Piccinini), hai schiacciato male>> mi sembrava quasi offensivo. Invece col tempo mi resi conto che quelli erano i primi fondamentali passi per migliorarci come gruppo, perché fino ad allora i silenzi non ci avevano portato da nessuna parte.

Il nostro è stato un percorso lungo ma che ci ha portato nel giro di un anno a competere con le nazionali al top a livello mondiale. E quando dico competere intendo anche perdendo, ma era una maniera differente di perdere, molto più matura.

Immagino che il confine della comunicazione efficace sia molto sottile. Come si fa a far si che una comunicazione di questo tipo rimanga utile senza urtare la sensibilità di qualcuno?

Rendendo chiaro il concetto.

Se io allenatore chiedo alla mia squadra di comunicare, tutti devono sapere che nella comunicazione ci saranno informazioni che potranno far piacere come no.

Se io faccio un bagher sbagliato faccio un torto a me, ma anche alla squadra e quindi è giusto che la squadra sia esigente con me e mi faccia notare l’errore.

Sta poi a chi riceve la critica elaborarla in maniera tale che diventi un qualcosa che ti rafforza e che ti migliora.

Se dovessi dire una cosa, una soltanto, che rende Velasco un allenatore cosi speciale diresti proprio questo, la comunicazione?

Quello che lui ci ha insegnato è stata la capacità di non mettere in gioco soltanto il nostro fisico ma anche le nostre emozioni, e questo è un dettaglio che ogni allenatore non dovrebbe mai sottovalutare.

Un giocatore che ha paura ad esprimersi, introverso, dobbiamo comprenderlo, e dobbiamo dargli tutti gli strumenti necessari per metterlo nelle migliori condizioni possibili di esprimersi e se alla fine del percorso questo giocatore si esprimerà con tre-quattro parole in più rispetto a prima avremo raggiunto già un risultato.

Bisogna essere a disposizione dei nostri compagni e comprensivi con loro. Questo è quello che ci ha insegnato Julio.

Fra gli allenatori che hai avuto nella tua carriera c’è stato Bernardinho, che hai descritto come un allenatore in grado di portare negli allenamenti il giusto mix di lavoro e allegria.

Quanto è importante percepire un ambiente di questo tipo per una giocatrice?

Nella mia carriera ho avuto veramente tantissime tipologie di allenatori: un allenatore coreano che parlavano solo a gesti, un altro cinese che mi disse che avevo le mani come un maiale, un comportamento che avrebbe potuto abbattere molte giocatrici ma che nel mio caso invece fu una spinta per migliorarmi e dimostrargli che si sbagliava, e Bernardinho appunto, che era una bomba di esplosione. Ricordo che prima di ogni allenamento lui aveva già tutta la camicia sudata da quanto era carico di energia.

Gli allenamenti con lui erano molto divertenti, ma tutti avvenivano ad un ritmo pazzesco, e quando questo non avveniva si incazzava di brutto. Per lui ogni allenamento non fatto bene era un qualcosa che ci allontanava dall’obiettivo, se al martedì non ci allenavamo bene alla domenica ci diceva sempre che quella partita era molto più dura di come sarebbe stata se non avessimo sprecato un giorno.

Con lui capimmo il valore di ogni singolo allenamento.

Come deve essere secondo te un bravo allenatore?

Il bravo allenatore deve rendere protagoniste le sue giocatrici in campo, rendendole leader di loro stesse.

Deve essere autorevole e deve dare fiducia.

Elogiare in pubblico e rimproverare in privato.

E deve essere un grande leader.

Un buon allenatore secondo me si vede dai time out, perché quando una squadra è viva nei time out si vede che le giocatrici comunicano molto fra di loro, senza pendere dalle labbra del loro coach.

In quei casi si vede che l’allenatore ha raggiunto l’equilibrio fra la sua posizione di leader e quella delle proprie giocatrici.

Questo mi fa pensare ad un altro allenatore da te descritto che hai incontrato nella tua carriera, da avversario: Karpol, coach dell’Uralochka.

Quando hai parlato della sfida in finale di Coppa dei Campioni contro la sua squadra che vi aveva strapazzato nella partita precedente, hai detto che individuasti il loro punto debole nella mancanza di creatività delle giocatrici che il suo stile di gioco prevedeva.

Quella partita fu emblematica perché l’Uralochka era dieci volte più forte di noi, sotto tutti i punti di vista, ma avevano sempre quel modo di giocare.

In più, altra cosa, non erano in grado di gestire i momenti di difficoltà.

Al ritorno cambiammo completamente il nostro modo di giocare, facendo cose che non avevamo mai nemmeno preparato e loro andarono subito in confusione, tanto che litigarono moltissimo in campo durante quella partita, cosa molto inusuale perché erano sempre quasi del tutto inespressive mentre giocavano.

Non gestirono più il campo e i loro rapporti e questo fece si che riuscimmo incredibilmente a vincere la Champions League quell’anno, e dico incredibilmente perché se ci avessimo rigiocato altre cento volte avremmo perso tutte e cento le volte.

Questo concetto per cui le squadre che non sono abituate a gestire i momenti di difficoltà, quando si trovano davanti ad essi si sciolgono viene descritta anche nel libro “Metamorfosi” di Pep Guardiola.

Secondo te è un aspetto che si può allenare?

Solitamente i più grandi timori che abbiamo avuto in nazionale, una volta diventate squadra di livello mondiale, sono stati quelli di incontrare squadre di livello inferiore al nostro.

Spesso si tende a seguire il ritmo dell’avversario e quando si gioca contro una squadra più scarsa si tende ad abbassare il ritmo.

Approcciare ad ogni allenamento come se fosse la finale per giocarsi l’oro olimpico aiuta a non perdere la concentrazione durante le partite.

Nella tua biografia hai parlato anche di allenare le sensazioni.

Ne hai parlato quando hai descritto un riscaldamento pre partita e hai detto che in quei momenti le braccia sono l’ultima cosa che andrebbe allenata e andrebbero invece colte quelle informazioni che ci vengono lanciate dalle compagne e che saranno poi utili in partita per capire come e a chi affidare palloni importanti.

Allenare questo è molto più difficile.

Non penso sia così difficile, per lo meno non lo è stato nel mio caso.

Io mi rendevo perfettamente conto ogni domenica, già nello spogliatoio o nel riscaldamento, chi era sotto tono. Magari qualcuna aveva lo sguardo meno sicuro del solito, oppure percepivo una insicurezza dovuta ad un infortunio avuto in settimana, o magari era addirittura troppo carica.

Sono cose che un occhio attento nota.

Io poi, da palleggiatrice, avevo il dovere di capire come stavano le mie compagne perchè avevo la responsabilità di distribuire i palloni e dunque dovevo sapere prima a chi poter dare la palla importante e a chi no.

Quali punti di contatto hai trovato fra la pallavolo e il mondo aziendale a cui ti stai dedicando adesso?

Se ci pensi bene una squadra di pallavolo, di calcio, di basket, è un’azienda, con i suoi dipendenti, i suoi dirigenti e la sua storia.

Ogni azienda, così come ogni squadra, è composta da ciascun DNA di ogni singolo individuo.

E’ un insieme di persone che deve necessariamente fare squadra per ottenere il risultato.

Le basi di collaborazione, empatia, comunicazione, spirito di squadra, sono comuni ad entrambi.

Hai mai pensato di allenare?

No, assolutamente.

Sono uscita di casa presto, ho vissuto sempre dentro ad una palestra e anche se grazie alla pallavolo ho girato il mondo ho visto sempre più palestre e aeroporti che monumenti.

Dopo aver smesso volevo vedere il mondo fuori dalla palestre e soprattutto mettere su famiglia. E ce l’ho fatta a fare entrambe le cose.