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Il manifesto del Dezerbismo spiegato da De Zerbi

Fra grossolane sentenze ed improbabili profezie, non si può certo dire che la Bobo TV non sia in grado di offrire, ad ascoltatore critico, un punto di visione del calcio – pardon, fùtbol – differente da quello solitamente mostrato dal mainstream.

Seguendo la scia dell’Adanipensiero, vera anima del prodotto creato da Bobo Vieri, il podcast è infatti divenuto un punto di riferimento per tutti coloro che, nell’ideologica lotta fra risultatisti e giochisti si schierano dalla parte di quest’ultimi. Il disprezzo verso gli speculatori viene espresso in maniera tutt’altro che velata, spesso con veri e propri attacchi frontali (non sempre condivisi da tutti, è bene specificarlo) verso chi viene identificato come non in grado di onorare l’intrinseca bellezza del gioco, senza distinzioni di ruoli, popolarità, vittorie e trofei.

In questo contesto di eccessi talvolta al limite del comico, tuttavia, sarebbe ipocrita negare il fatto che i contenuti esposti dalla Bobo TV siano una ventata di aria fresca rispetto alle attuali programmazioni in cui decisioni arbitrali e polemiche sterili senza troppo costrutto monopolizzano l’offerta formativa del pensiero calcistico degli utenti. 

Basti solo dare uno sguardo veloce a chi, accettando un invito, e a prescindere da legami di amicizia più o meno stretti, ha deciso di mettersi in discussione e metterci la faccia: De Zerbi (due volte), Mancini, Guardiola, Ronaldo, Totti, De Rossi, Crespo, Pozzecco, sono solo alcuni dei tanti ospiti che ai microfoni del podcast hanno raccontato il loro modo di intendere il calcio, attraverso molti flashback dal passato ma anche con analisi più o meno approfondite del loro presente e futuro da allenatori, presidenti o agenti sportivi, a seconda dei casi. E’ proprio partendo da questi contenuti che nasce questa analisi del manifesto ideologico di Roberto De Zerbi.

Le similitudini delle due interviste di De Zerbi

Ascoltando il primo intervento di De Zerbi – quando ancora il mister sedeva sulla panchina del Sassuolo – e il secondo – risalente invece ad un mese fa – appare evidente come alcuni concetti appaiano piuttosto ridondanti nel pensiero e nella filosofia di RDZ. Tralasciando la totale venerazione verso il Guardiola persona e il Guardiola allenatore, in cui non mi soffermo ma che ritengo doveroso citare per rimarcare – se mai ce ne fosse bisogno – la gran parte dell’influenza calcistica di De Zerbi, uno dei primi concetti esposti e chiariti ha a che fare con l’importanza dell’allenatore all’interno del contesto squadra.

“Cosa significa essere pronto?” risponde a domanda di Cassano sul fatto di sentirsi più o meno pronto per guidare una grande squadra. “Io a 34 anni allenavo il Foggia e le pressioni che avevo a Foggia erano maggiori di quelle che ho a Sassuolo. Diventa difficile giudicare quando uno è pronto o no. Per fare questo lavoro bisogna sentirsi pronto e analizzare la qualità del materiale che hai a disposizione e le condizioni in cui vieni messo a lavorare, perchè se queste non sono ottimali diventa scelta d’allenatore dire di no.”

"I giocatori sono più importanti dell'allenatore."

“Con questo non voglio sminuire la mia figura, l’allenatore può incidere sulla mentalità, sul coraggio e sulla fiducia, ma alla fine chi determina in campo è il calciatore. Sono le sue scelte, le sue decisioni e ciò che lui vede ciò che incide e l’allenatore non può vedere le stesse cose che vede lui.”

Un concetto, quello della centralità del giocatore, ribadito nella sua seconda intervista. “L’allenatore non determina il risultato. Io ho sempre avuto la fortuna di allenare di talento, a partire da Foggia. Lo Shakthar ha vinto una Supercoppa non per merito di De Zerbi; il Brighton è andato in Europa League non per merito di De Zerbi. Nel calcio il merito è dei giocatori.”

La cultura calcistica italiana: tra comunicazione precaria e superficialità di analisi

Se De Zerbi è diventato uno degli allenatori più apprezzati nel panorama europeo è – anche – perchè ha saputo portare qualcosa di nuovo, fresco, innovativo, al punto da meritarsi anche complimenti pubblici di grandi allenatori, fra tutti quelli di Pep Guardiola, che lo ha addirittura definito – a ragione o a torto – “uno degli allenatori più influenti degli ultimi venti anni”. 

Ma se per alcuni il fascino del suo gioco posizionale basato sui principi della costruzione dal basso rappresenta il modo più adeguato di rispettare il Gioco e avvicinare il calcio alla gente, per altri – i “bistrattatori” – il suo altro non è che un modo per mettersi in mostra, anteponendo il suo ego e le sue ambizioni personali al risultato da ottenere per il bene della squadra.

“C’è troppa semplicità nella comunicazione, io ormai vengo etichettato come l’allenatore della costruzione dal basso, ma a me vien da ridere quando leggo certe cose. Si cerca di sminuire tutto con troppa semplicità e spesso con poca coerenza. Non si può cambiare un intero settore come si vorrebbe, però cosa dire, cosa fare e come comportarsi è determinabile da ciascuno di noi. Io faccio l’allenatore a modo mio cercando di ascoltare tutti ma portando avanti le mie idee, mettendoci sempre la faccia e senza farmi condizionare da un mondo come quello odierno in cui se non sei sorretto da valori e convinzioni forti finisci dentro ad un tritacarne.”

Comprendere l’uomo e l’allenatore De Zerbi richiede senza dubbio argomenti, passione, studio ed un’apertura mentale che permetta di andare oltre ai luoghi comuni e a quella patina di superficialità di analisi tanto denunciata da Adani & Co. Il calcio di De Zerbi si è evoluto ad un punto che sembra ormai aver superato persino il livello culturale calcistico medio italiano e per essere ‘abbracciato’, necessita dunque di un’evoluzione di pensiero capace di andare oltre alla pigrizia per capire un mondo – calcistico – differente da quello considerato abituale. Normale che un analista attento come Adani sia voluto tornare, a distanza di tempo dalla prima volta, sul tema della comunicazione nei diretti confronti del tecnico e del suo “calcio per moda”. 

“Percepisco di essere più stimato fuori che in Italia, il mio paese e credo che sia perchè ciò che propongo non viene compreso del tutto e pertanto viene accolto con timore.”

"Non ho la presunzione di dire che quello che faccio è l'unica strada percorribile o quella migliore per fare calcio, ma è sicuramente quella in cui io credo ciecamente, perchè in quella strada c'è passione, studio, vita."

“Tutto quello che ho ora l’ho pagato di tasca mia in passato. Per questo sentirmi dire certe cattiverie mi ha fatto male, come quando a Benevento dicevano che per me era uguale perdere quattro o cinque a zero. Non è vero. Perdere in malo modo contro le squadre di Gasperini che ci venivano a prendere a uomo pesava molto e se oggi posso dire di aver imparato a giocare contro le squadre che marcano uomo contro uomo a tutto campo è per tutte le notti di studio dopo essere passato attraverso i vari 5-1 o 6-2, mettendoci la faccia e facendo scelte non semplice da prendere. Vado avanti per la mia idea, senza voler mettere in discussione gli altri modi di fare calcio, ma con la sicurezza che nessuno potrà intaccare la mia idea.”

Il ‘dezerbismo’ attraverso le parole di De Zerbi

Parlare di De Zerbi è divenuto sinonimo di un modo di fare ed intendere il calcio talmente definito da non essere in alcun modo negoziabile nei principi che ne costituiscono le fondamenta. “Decido io il modo in cui vincere o perdere”. E’ chiaro poi che prendendo la via di un calcio offensivo, propositivo e non speculativo, De Zerbi si sia trovato più volte esposto, nel corso della sua carriera da allenatore, al problema di come difendere in maniera efficace con tanti metri di campo alle proprie spalle e di come poter attaccare un blocco difensivo basso composto da cinque o più uomini.

L’attacco linea – Come rompere un blocco difensivo

“Contro squadre che si difendono a cinque dietro è sempre un problema” spiega De Zerbi “In questi casi solitamente si porta un attaccante centrale e quattro giocatori sotto di lui, formando così cinque coppie negli ultimi 20-25 metri. E quando giochi 5 contro 5 non è la stessa cosa di giocare 2 contro 2, gli spazi sono diversi, molto più stretti.”

A imbeccarlo ulteriormente sul tema ci pensa quindi Cassano, che gli chiede il modo da lui utilizzato per risolvere questo determinato problema tattico: “Un modo in cui credo molto è quello della riconquista immediata del possesso. Perchè se io perdo il possesso in zona di rifinitura contro una squadra che si difende chiusa, e ho la forza di andare a recuperarlo, allora in quel caso posso trovare una situazione numerica differente con spazi che prima non c’erano e che si sono venuti a creare in seguito ai movimenti degli avversari che nel frattempo si erano aperti per giocare.”

E come comportarsi, invece, nel caso di un blocco difensivo di cinque o più uomini basso e raccolto a protezione della profondità e dell’area di rigore? Ancora una volta le parole di De Zerbi ci riportano a quanto ampiamente ribadito circa l’importanza delle qualità tecniche dei calciatori:

"Negli spazi stretti ciò che fa la differenza sono le qualità dei giocatori"

“Nelle aree di rigore gli allenatori contano poco. Basta vedere i gol del Barcellona di Guardiola: moltissimi sono segnati in seguito a delle combinazioni fra giocatori che sono frutto di connessioni naturali e qualità tecniche fuori dal comune. Ricordate come dicevano i nostri allenatori? Nella nostra metà campo giocate a due tocchi, tocco libero nella metà campo offensiva. Per me vale l’esatto contrario.

"Più gli spazi sono stretti e più devi cercare giocate veloci, a uno o due tocchi, perchè nel traffico non puoi avere il tempo per farne di più"

“Il modo in cui attaccare il blocco difensivo poi dipende dalle caratteristiche dei giocatori. A Sassuolo per esempio avevo Caputo, Raspadori e Defrel, tutti e tre abilissimi tecnicamente ma a volte avrei desiderato un giocatore in più in rosa con caratteristiche diverse, con doti aeree per avere soluzioni alternative.”

Costruzione dal basso

Uno degli obiettivi più cari della Bobo TV – fra sfumature più o meno colorite – è quello di formare una nuova cultura calcistica cercando di ridimensionare quelli che vengono definiti i “falsi problemi” del calcio, primo fra i quali, la tanto discussa costruzione dal basso. Necessaria per chi vuole proporre un’organizzazione di gioco improntata su un calcio posizionale, rischiosa e del tutto evitabile – per non dire inutile – per chi invece crede in un gioco maggiormente diretto e concreto. 

“Per me ridurre il calcio al costruire o non costruire da dietro è una mancanza di competenza. Andiamo dentro all’argomento e cerchiamo di capire il perchè la costruzione dal basso per me è così importante: per me buttare la palla in avanti e giocare sulla seconda palla equivale a scommettere, perchè la palla può finire a chiunque. E siccome a me scommettere non piace preferisco molto di più allenare la mia squadra ad uscire, se si può, palla a terra. Questo è lavoro, e io credo molto di più al lavoro piuttosto che alla scommessa.”

Ancora una volta poi, l’ennesima, la questione vira sulle caratteristiche dei giocatori: “Dal momento che ho sempre avuto la fortuna di avere dei giocatori di qualità, la palla voglio fargliela arrivare nei piedi e non nei denti. Era così anche per me, da giocatore. Ero un attaccante e la palla la volevo nei piedi, non alta. Poi ci sono situazioni in cui hai una parità numerica e la palla la devi indirizzare in avanti in maniera diretta, ma non si può sempre ridurre tutto a ‘Hai giocato la palla e hai preso gol’, perchè bisognerebbe considerare anche tutte le volte in cui per mezzo di una costruzione dal basso arrivi a concludere a rete o porti la palla nella metà campo avversaria.”

“La questione è molto più semplice di quanto la vogliono far sembrare. Mi sono stufato di sentire parlare sempre di ‘costruzione dal basso’ come di un tema da affrontare in maniera delicata perchè si sta semplicemente parlando di uno sviluppo di gioco da dietro contro una squadra che ti pressa. Stop. Io ho sempre avuto la fortuna di avere tanti giocatori offensivi di talento.” lo ribadisce anche nel secondo intervento “E secondo voi i vari Sarno, Iemmello, Riverola, Boga, Berardi, Caputo, Boateng, Neres, Mudryk volevano la seconda palla o volevano la palla nei piedi? Se avessi Bobo Vieri allora potrei cercare più soluzioni alti, ma se ho giocatori tecnici la palla provo a portargliela sui piedi. E’ molto semplice.” 

Possesso palla: conta o non conta?

E’ diventato piuttosto virale una recente discussione avvenuta negli studi di Sky fra Bucciantini e Caressa riguardante la funzione e l’importanza del possesso palla. Mentre il primo ne rimarcava l’importanza per vincere i campionati, l’altro la definiva una statistica “che non esiste”. Era piuttosto scontato, vista l’attualità dell’argomento, che anche questo tema venisse sviscerato dalle analisi del salotto della Bobo TV. In questa sede ci concentreremo solo ed esclusivamente, ovviamente, sulle parole espresse da De Zerbi divenute nel frattempo tanto virali quanto il video che segue:

“Il possesso palla non serve? E’ una cazzata.”

"Se io ho dieci frecce, e il mio avversario ne ha quattro, chi è che ha più possibilità di fare centro?"

“Poi certamente può vincere anche chi ne ha meno, significa che ha sfruttato meglio quelle che aveva a disposizione. Allo stesso modo nel calcio: se io ho percentualmente più possesso della palla significa anche che ho matematicamente più possibilità per segnare. Ed è chiaro poi che il possesso palla deve andare di pari passo con i tiri in porta.”

Più possesso, più possibilità di concludere. Chiaro no?

De Zerbi visto con gli occhi di De Zerbi

“Non credo di aver qualcosa più di altri allenatori, ma credo di avere due doti importanti. La prima è che sono molto meticoloso e devo sempre essere circondato da ordine.

"Se spiego una cosa ad un mio giocatore devo spiegargliela talmente bene che diventa quasi impossibile che lui non capisca."

La seconda è il coraggio. Quando dico che non vivo per il risultato è la verità. Certamente voglio vincere, ma io attraverso il calcio riesco ad essere me stesso e siccome il calcio è la mia vita io devo esprime un calcio che esprima me stesso.”

"Il modo che ho di far giocare le mie squadre, di voler e di gestire la palla, è il modo che rappresenta me stesso e la mia storia."

“Io sono figlio del settore giovanile del Milan, e a quei tempi era diversa da tutte le altre squadre per filosofia di gioco. La mia educazione calcistica la prendo dai vari Maldini, Costacurta, Boban, Savicevic. Se io ogni giorno mi sveglio e vado a lavorare, lo voglio fare portando avanti un certo tipo di idea, divertendomi. Altrimenti me ne sto a casa.”

“Immaginate cosa sarebbe venuto fuori con io giocatore e lui allenatore” lo incalza ad un certo punto Cassano. Ed ecco che quindi il discorso si sposta sulla gestione del talento. “Sono le sue sfide queste. Più uno è discusso fuori, ma ha talento cristallino su cui lavorare con la passione umana, più lui si arrapa. Sbaglio o no?” rincara la dose Adani. 

“E’ vero” conferma De Zerbi “Tutta la stampa italiana mi descrive sempre come un malato di tattica, un filosofo ma non hanno capito niente.”

"Io sono un malato di tattica, ma l'aspetto tattico nel mio lavoro non supera il 25-30%. Tutto il resto è gestione. A modo mio."

“Da giocatore io ero complicato nella gestione e proprio per questo motivo credo di avere capacità nel capire le persone più complesse. Le persone più complesse sono quelle più sensibili, e le più sensibili sono le più intelligenti, perchè si fanno continuamente delle domande. Se tu riesci ad essere leale e coerente con loro, ti ripagano dieci volte più di una persona normale. Oltretutto ogni talento ha un lato considerato oscuro e a me chi mi fa divertire è il talento. Su quelli mi piace perdere tempo, farli migliorare, anche discutere, perchè non voglio sempre avere ragione. Quelli che sono considerati ingestibili a me piace tenerli, perchè solitamente sono sempre i più forti e i più puri. E’ una convinzione che mi porto dietro al 100% dal calciatore e dalla persona.”

De Zerbi e la maturazione del talento

L’ultima parte della seconda intervista – la più corposa delle due – è rappresentata da una sorta di elenco di schede tecniche dei suoi attuali giocatori del Brighton, chiaramente a seguito di domande dei vari Vieri, Adani, Cassano e Ventola. Qui De Zerbi, analizzando il miglioramento evidenziato da Lewis Dunk, fornisce uno spunto interessante sul fondamentale ruolo attivo dell’allenatore nella maturazione calcistica dei propri calciatori: “Con Lewis ho fatto quello che faccio con tutti: gli ho dato responsabilità e così facendo probabilmente ho alzato l’asticella. Credo che ciò che differenzia i giocatori di livello altissimo dai giocatori normali sia l’autostima.”

“Dico sempre ai miei giocatori che l’autostima deve rasentare la presunzione. Non deve mai sfociare in essa, ma deve essere sempre lì, al limite. Quando ti senti forte puoi dribblare o fermare chiunque. 

"Credo che portare i giocatori ad un alto livello di autostima sia compito dell'allenatore."

“In questo gli allenatori hanno un ampio margine di lavoro. L’allenatore può determinare in questo, non determina il risultato.”

“Prendiamo l’esempio di Facundo Buonanotte, un 2004 che gioca le sue prime partite in Premier League. Deve avere una sola cosa: giocare tranquillo e avere la possibilità di sbagliare, sapendo che l’allenatore è un suo alleato.”

"Voglio che i miei giocatori abbiano la possibilità di sbagliare continuamente, senza fermarsi nel prendersi il rischio, perchè altrimenti in quel caso mi arrabbio."

“Da calciatore dicono che avrei potuto fare di più nella mia carriera. Non è vero. Io credo di aver fatto quello che mi meritavo di fare, se non sono andato oltre ad un certo livello probabilmente è stato perchè non ero abbastanza forte tecnicamente, fisicamente o mentalmente per alzare il mio livello.”

"Oggi che alleno, però, credo che se io ho a disposizione un talento, che sia giovane o inespresso, è responsabilità mia tirarlo fuori."

“Il talento non posso bruciarlo. E’ responsabilità dell’allenatore non disperderlo.”