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“C’è un tempo per tutto”. Intervista a Ivan Javorcic

Secondo alcune ricerche scientifiche, servono pochi secondi per farsi una prima impressione di una persona che non abbiamo mai visto prima e spesso questa prima impressione influenza il rapporto che avremo con lui in seguito.

Dalla nascita di questo sito ad oggi ho avuto la fortuna ed il privilegio di potermi confrontare in maniera diretta ed approfondita su molti temi con tantissimi allenatori, di ogni ruolo e categoria. Tutte esperienze di crescita personale e professionale per me uniche ed irripetibili. 

Da allora non mi è mai capitato di chiedere nuovamente la disponibilità, a distanza di tempo, ad uno stesso allenatore per una nuova chiacchierata, per lo più per il timore di risultare invadente e dare l’idea di uno che si approfitta troppo della disponibilità delle persone. Mister Javorcic è stata l’eccezione a questa mia tendenza e se lo è diventata è per la bellissima impressione del primo incontro e le sensazioni che mi ha lasciato.

Scriveva Leopardi che nell’uomo «i mezzi più semplici, veri e sicuri, sono gli ultimi che troviamo». Con mister Javorcic è tutto il contrario. La nostra chiacchierata inizia confrontandoci sul tema della famiglia, dei figli, delle responsabilità genitoriali. Valori semplici, veri, solidi, che riflettono fedelmente la qualità della persona, ancor prima di quelle dell’allenatore. Solo successivamente si sposta sul calcio. Insieme abbiamo ripercorso gli ultimi anni della sua carriera: dalla stagione 2021/22, in cui a suon di record ha condotto il Sudtirol per la prima volta nella storia in Serie B all’esperienza al Venezia, terminata anzitempo con l’esonero, fino ad oggi. 

Con lui ho cercato di comprendere in che modo sta vivendo il periodo lontano dai campi, la visione del suo futuro professionale e, più in generale, la direzione che sta prendendo il calcio moderno e, con esso, il ruolo di allenatore.

Mister, come stai vivendo emotivamente e professionalmente questo periodo di pausa?

L’ho preso come una sfida sia professionale che personale. Fin da subito mi sono dato degli obiettivi da perseguire, non ho voluto ne sentito il bisogno di perdere nemmeno un giorno per metabolizzare la delusione prima di rimettermi al lavoro. 

Ho interpretato il tempo come un elemento prezioso da utilizzare con qualità per migliorarmi professionalmente, come persona e come genitore. E’ chiaro che restare fermi non è semplice, ma è una sfida in cui puoi scoprire te stesso: scopri quanto sei resiliente, quanto riesci a rimanere focalizzato sui tuoi obiettivi senza disperdere energie ed emozioni inutilmente.

Per me è stato un periodo molto importante, forse anche necessario considerando che erano molti anni consecutivi in cui il mio focus era sempre sulla programmazione delle squadre che allenavo. C’è voluta molta disciplina, ma ho preso questo momento come tutte le mie esperienze, una sfida.

In quale aspetto del tuo essere allenatore ritieni che ti abbia migliorato maggiormente questo periodo? 

Probabilmente la gestione delle emozioni e l’apprezzare di più il presente che si sta vivendo, dando più focus alla qualità del momento, accettando gli eventi e concentrandomi solamente su ciò che si può realmente controllare.

Uno degli aspetti emotivamente più difficili di questo periodo è il fine settimana, quando si gioca. E’ normale che osservando le partite da fuori hai in maniera naturale il desiderio di rientrare, di essere al posto di qualcun altro, ma questa  per me è un’emozione “pericolosa”, che toglie energie fisiche ed emotive. Bisogna invece essere in grado di accettare la situazione perchè non è qualcosa che si può controllare.

Nei momenti di inattività puoi solo esprimerti attraverso la passione e l'attenzione che ci metti nello studiare.

Accettare il momento senza invidia per me è una questione di cultura e di rispetto dei colleghi e della natura del calcio, che in molti momenti è imprevedibile. A me ha aiutato questo, riuscire a focalizzarmi su me stesso dando il meglio di me ed accettare ciò che veniva dopo in termini di risultati.

Che cosa cambia per un allenatore quando si tratta di subentrare a stagione in corso, rispetto ad iniziare dal pre campionato?

Cambia parecchio. Cambia in termini di organizzazione del lavoro, metodologia, tempo, modo di comunicare alla squadra.

Se parti dall’inizio hai molto più tempo nel costruire le basi del tuo pensiero metodologico, dei principi tattici e anche per creare relazioni all’interno del gruppo. Metodologicamente hai più margine per incidere. 

Quando subentri invece diventa innanzitutto necessario distinguere il periodo del campionato in cui lo si fa. Non è lo stesso subentrare a novembre, o prima del mercato di gennaio, piuttosto che entrare nell’ultimo terzo del campionato. 

In generale a campionato in corso bisogna essere il più pragmatico possibile, cercando di andare incontro a quelle che sono le esigenze della squadra, e tutto nasce dalla conoscenza del percorso che ha avuto.

Dal mio punto di vista ho ben chiara l’idea di ciò che vorrei fare e di cui avrei bisogno per quelle che sono le mie caratteristiche come professionista, come persona e per il mio momento storico come allenatore. Per questo sto cercando un ambiente che abbia almeno nelle basi questi requisiti in cui so che posso incidere, con la consapevolezza che l’ambiente perfetto non esiste.

Essere costretti ad aspettare non è semplice, ma bisogna aver pazienza e imparare a farlo perchè apprendi a dar valore alle cose. Ti fa capire che c'è un tempo per tutto. Per correre, per stare fermi, per riflettere o per saper stare nell'incertezza.

Mister Javorcic in un frame della video intervista
Da un punto di vista tecnico ci sono elementi delle squadre che condizionano la tua scelta all’atto di subentrare oppure ritieni che debbano essere un qualcosa al quale sei tu a doverti adattare?

Logicamente l’ideale sarebbe trovare una squadra che si avvicina alla propria idea di calcio, ma non è sempre possibile. Per questo un allenatore dovrebbe essere in grado di adattarsi sempre al precedente percorso tecnico della squadra, individuando quello che potrebbe esserle più utile per aiutarli a migliorare.

Quella del subentro è una scelta piuttosto complessa. Ci si trova a dover lottare con la propria voglia di rientrare nel gioco e mettersi in discussione e a dover far fronte, in alcune occasioni, con tante problematiche di scelta e possibilità di scelta.

Ci sono dei principi a cui, a prescindere dalle squadre che alleni, non puoi rinunciare?

I miei principi non negoziabili poggiano su basi che hanno a che fare con la cultura etica e la filosofia del lavoro.

Ci sono regole e comportamenti dai quali una squadra che vuole avere un percorso vincente non può prescindere. E’ una convinzione che nasce dal mio vissuto e dallo studio di altri ambienti considerati vincenti.

Da un punto di vista tecnico sicuramente per me è fondamentale avere un equilibrio ed un’intensità collettiva che permettano di gestire i ritmi della gara, anche se molto dipende dalla qualità della squadra e, di conseguenza, anche dai suoi obiettivi. Non è la stessa allenare una squadra che si deve salvare o una con ambizioni di vertice. 

Il gioco di oggi però impone il saper fare tutto. Indipendentemente dai macro principi che un allenatore porta avanti le squadre moderne devono saper gestire i momenti di pressing ultra offensivo tanto quanto quelli di blocco basso.

Quali elementi cambiano nell’allenare una squadra di alta o bassa classifica?

Sostanzialmente il tempo che hai a disposizione per gestire la palla. 

Teoricamente parlando cambia la qualità dei singoli giocatori, la caratteristica principale che ti permette di avere maggior dominio sul gioco. Poi è chiaro che si tratta di un tipo di atteggiamento che non è a solo uso esclusivo delle squadre più dotate a livello tecnico.

Un altro aspetto che cambia è il processo di adattamento al gioco. Anche qui, sempre a livello teorico, una squadra d’alta classifica dovrebbe maturare un'”umiltà” nello sviluppare la fase difensiva del proprio gioco, mentre all’opposto chi si deve salvare deve trovare la sua diversità nella qualità della proposta.

La prima volta in cui ci siamo sentiti ti trovavi in un momento molto alto della tua carriera. Oggi ci ritroviamo in un punto differente del tuo percorso, quasi diametralmente opposto direi. La tua ultima esperienza a Venezia ti ha lasciato la convinzione che ci siano aspetti del tuo lavoro su cui non hai, nè puoi avere, il controllo?

Assolutamente si. E’ un elemento molto interessante su cui parlare e riflettere. Io, tra virgolette, sono passato dal successo al fallimento sportivo. Analizzando il mio percorso sono andato a riprendere il pensiero di coloro che conoscono questo sport nella sua profondità, come Bielsa, secondo cui è necessario riuscire ad avere la capacità di accettare e dare il giusto peso agli eventi, siano essi positivi o negativi. Tanto più in uno sport così incerto ed aperto come il calcio, dove è imprevedibile il gioco ed è imprevedibile di conseguenza anche il successo.

Il successo dipende da moltissimi fattori e affinchè un percorso diventi vincente è necessario tempo per costruire una visione, un'idea.

Per me la chiamata del Venezia è arrivata all’improvviso, quando già stavo programmando la stagione in Serie B con il Sudtirol. Quando decisi di accettare la proposta, lo feci con la piena consapevolezza delle difficoltà che avrei potuto incontrare e dei rischi che avrei potuto correre, ma era una sfida troppo ghiotta per me, sia a livello personale che professionale. 

Venezia rappresentava una grande opportunità di crescita, un ambiente completamente diverso da quello a cui ero abituato, sia per struttura che per relazioni, con molti giocatori di cultura differente. Inoltre per me era anche motivante il dover gestire una squadra che arrivava da un precedente “fallimento” sportivo a livello di obiettivi. E’ stata una grande sfida, in cui mi sono posto molte domande da un punto di vista metodologico e strategico e ho ottenuto molte risposte diverse da quelle che avevo ricevuto negli ambienti in cui avevo già vissuto.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a diverse innovazioni tattiche apparentemente nuove ma in realtà appartenenti ad intuizioni del passato. Penso ai cinque corridoi verticali di Guardiola, piuttosto che al 3-2-2-3 del Bayer Leverkusen di Xabi Alonso. Il futuro del calcio è nel passato?

La conoscenza del passato per me è la base per capire il futuro. Nel calcio fluido ed elastico di oggi si possono vedere diverse sfumature di sistemi che ricordano il calcio degli precedenti, ma i modi in cui vengono utilizzati oggi sono completamente diversi. 

C’è un aspetto tecnico, tattico o strategico che ritieni sia di particolare importanza nel calcio moderno?

Oggi c’è una grande propensione al voler controllare il ritmo della partita. Dopo un periodo di estrema intensità, in cui le squadre andavano ad un ritmo e ad una velocità costante, oggi si è tornati un pò più verso un calcio “ragionato” o d’inganno, in cui le squadre variano volutamente il ritmo della gara per poi sorprendere l’avversario con accelerazioni improvvise. Il Bayer Leverkusen e il Tottenham sono due esempi di squadre bravissime nel farlo.

Anche nella fase difensiva è possibile incidere in questo senso. Oggi le squadre sono più propense ad attendere, ad avere un atteggiamento proattivo ma ragionato. Si giocano troppe partite ed è difficile mantenere un ritmo elevato costante in tutte le gare. Oggi le squadre devono essere in grado di saper modulare anche l’intensità della loro fase di non possesso, alternando in base alle situazioni della partita momenti di pressione alta e feroce ad altri di blocco basso, in cui i principi cambiano completamente e la distanza fra i reparti ed il riferimento palla diventano prioritari. L’Aston Villa in Premier League è in grado di farlo in maniera molto efficace.

Secondo te perchè nel calcio la fase difensiva viene così denigrata, al contrario di altri sport come il basket per esempio, in cui è esaltata al pari di quella offensiva?

Ogni squadra di qualsiasi sport che ha avuto un percorso vincente ha trovato nelle proprie basi un atteggiamento collettivo di dedizione, di altruismo e di generosità, valori che è più semplice ritrovare nella fase difensiva. 

Le squadre vincenti nascono dalla capacità di pensare insieme nella totalità del gioco, e la fase difensiva è parte del gioco.

Per questo motivo per me è naturale pensare tanto alla fase offensiva quanto a quella difensiva. Non farlo significherebbe non rispettare la natura del gioco. 

Secondo me si tratta di un problema culturale, per cui quando una squadra è brava a difendersi la si vede solo in quell’ottica, etichettandola come brava solamente nel far quello. A me è capitato diverse volte di far vedere alle mie squadre dei tagli video che mostravano come si difende il Manchester City di Guardiola, per esempio. Hanno un approccio, una compattezza, una capacità di rientrare velocemente sotto la linea della palla ed una dedizione che li rende difensivamente fortissimi.

In fase di possesso quali sono i macro principi che cerchi di dare alle tue squadre?

Questo periodo mi è servito anche per poter analizzare nel dettaglio diverse tipi di idee in maniera tale da potere “pizzicare” qualcosa ed inserirlo in un futuro contesto. Credo che oggi definirei il controllo del ritmo del possesso come il principio generale alla base della mia idea di fase offensiva. Controllare il ritmo aiuta in fase di possesso a controllare il gioco e permette di avere i presupposti per una proposta offensiva di quantità e qualità.

Per me il gioco di passaggio è la base della fase offensiva perchè permette di poter lavorare nella compattezza e di legare altri momenti del gioco come la transizione.

Anche l’elasticità e la capacità di adattarsi agli avversari sono una chiave nel gioco moderno. Oggi le squadre devono essere in grado di interpretare il gioco e modificare la propria struttura di conseguenza. Penso per esempio alle difficoltà che possono esserci in una fase di costruzione, in cui, parlando di numeri, una squadra dovrebbe essere in grado di passare agevolmente da una struttura 2-3 ad una 3-2, piuttosto che 4-1, modificando anche i numeri dei giocatori impiegati in funzione della pressione avversaria.

Il gioco di oggi è sempre posizionale, perchè si tratta di occupare uno spazio e controllare il tempo, ma è cambiato rispetto a prima. Non è più statico e fisso nelle posizioni, ma è molto più fluido e funzionale.

Anche negli ultimi 30 metri è necessario avere un attacco strutturato ed organizzato, ma deve permettere la libertà espressiva della qualità dei giocatori.

La creatività nasce dalla disciplina e se vogliamo fare in modo che diventi una qualità deve essere espressa all'interno di un contesto organizzato. Senza disciplina è solamente improvvisazione fine a sè stessa.

Senza una base l’improvvisazione alla lunga trova difficoltà, e quando trova difficoltà è destinata a perdersi.

Siamo arrivati ad un tema, quello della creatività, per il quale proprio recentemente ho cercato diverso materiale di studio per farmi una cultura sull’argomento e scriverne un articolo. Mi incuriosisce sapere come sei arrivato a questa conclusione.

Studiando e confrontando gli studi con ciò che ho visto e vissuto personalmente sul campo. 

Per me si percepisce in maniera nitida che la creatività accelera il suo processo nei contesti che hanno più ordine e disciplina, sia dal punto stilistico che comportamentale. E’ chiaro però che si tratta di una qualità che va stimolata, altrimenti si rischia di diventare troppo meccanici e troppo poco organici.

Il calcio è un meccanismo non meccanico. Nasce dal meccanico, ma si sviluppa e si evolve nel momento in cui viene interpretato dall'idea e la qualità dei giocatori. 

Essere troppo meccanici significherebbe risultare troppo prevedibili; affidarsi troppo all’intuizione porterebbe al rischio di non avere pilastri a cui aggrapparsi quando arrivano i momenti di difficoltà del gioco. Ancora una volta ritroviamo la correlazione del gioco, in cui troviamo il tutto e tutto va allenato nella sua totalità.

Che rapporto miri ad avere con i tuoi giocatori?

Cerco un rapporto di fiducia, cercando di far comprendere loro che il motivo per il quale alleno è perchè sento continuamente questa voglia dentro di migliorare me stesso e tutto ciò che mi circonda.

Mi piace che i miei calciatori si possano sentire sicuri di accettare ciò che gli dico sapendo che lo faccio per il loro bene. Ovviamente non è semplice instaurare questo tipo di rapporto, si tratta di un percorso che nasce da tutto ciò che fai nel quotidiano. 

Io sono completamente onesto e questo può diventare un problema se prima non crei un rapporto, perchè dico tutto. Non mi faccio problemi a fargli vedere ciò che non vorrebbero vedere o dirgli ciò che non vorrebbero sentire perchè il mio obiettivo è quello di migliorarli, mantenendo un rapporto interpersonale basato su fiducia, onestà ed autenticità.

In un passaggio della tua tesi del Master Uefa Pro affermi che i concetti base del calcio sono spazio, tempo e giocatore. Che ruolo ha invece l’allenatore all’interno di questo contesto?

Oggi è una figura molto importante, che può influenzare tantissimo ciò che accade in campo, forse ancor più che in passato.

Il mestiere dell’allenatore è diventato un ruolo polifunzionale, che può incidere in più aspetti. Detto questo il gioco rimane dei giocatori, che rimangono la parte più importante. L’allenatore deve essere importante, ma lo deve essere per loro.

Qual è la tua relazione fra le tue idee, i giocatori e le relazioni fra i giocatori? Sei un allenatore che vuole “morire con le sue idee” o ritieni sia necessario saper cambiare quando le cose vanno male?

La capacità mentale di saper cambiare adattandosi ai vari contesti è una delle caratteristiche più importanti che un allenatore dovrebbe avere, però altrettanto sicuro che sia fondamentale mantenere una propria base etica, morale, filosofica sull’idea di intendere il gioco e di mantenere un certo tipo di relazioni. Su questi aspetti un allenatore dovrebbe avere sempre la forza di rimanere autentico e fedele a sè stesso.

Per chi avesse il piacere di approfondire il pensiero di mister Javorcic, questo è il link per accedere alla trascrizione del nostro primo incontro: Dietro le quinte del F.C. Südtirol. Intervista a Ivan Javorcic | Area Coach